L’empatia e Trump

Spesso la parola “empatia” viene spiegata male, genera equivoci, suscita diversità di analisi. Ad evitare che ciò accada ancora, ci è venuto in soccorso la figura di Donald Trump che, ne è ( all’opposto)  sicuramente la rappresentazione migliore, la interpretazione più adatta.

Queste ultime battute gigantesche ad una settimana dal voto americano, che trovano ospitalità nei talk show politici, evidenziano tratti della personalità di questo miliardario statunitense che spaziano dal narcisismo al sessismo al razzismo al suprematismo bianco all’affermazione di sé attraverso il sistematico

discredito dell’avversario, trattato non come un oppositore politico, ma come un vero e proprio nemico.

Evidentemente Trump dovrebbe far riflettere i politici nostrani ed indurli ad osservare su cosa significa essere divisivi, quale conseguenza catastrofica un leader politico è capace di combinare se aizza le folle, se dipinge in modo orribile ed inqualificabile chi si oppone a lui, non entrando nel merito delle analisi politiche dell’avversario, ma riducendo l’antagonista ad una “macchietta” con gravi disturbi mentali e, quindi, poco affidabile.

Chi è empatico, sa ascoltare, sa entrare in sintonia con l’altro, sa arricchirsi di conoscenza attraverso le idee altrui, estromettendo quelle parti che sono in contrasto con la sua linea politica, ma avendo la onestà intellettuale di riconoscere i passaggi attraverso cui il suo antagonista ha delle credenziali e quindi obiettivamente, vengono a lui riconosciuti quali punti a favore.

Trump è il contrario di tutto ciò ed è capace di alzarsi di scatto dalla poltrona in cui è seduto, soprattutto se di fronte a lui, ad intervistarlo, c’è una giornalista, verso la quale lui argomenterà, dall’inizio alla fine, con disgustose squalificazioni a base di sessismo e di insulti volti ad impaurire e minacciare chi pone a lui domande che considera non promozionali per la sua immagine di “vincente”.

Questo delirio narcisista esercitato da Trump sta avendo un crescendo incredibile, man mano che si avvicina il giorno culminante, quando a recarsi alle urne andranno tutti coloro che ancora non hanno assolto a questa funzione attraverso il voto “per posta”.

Questa massa incredibile di elettori che ha preferito esprimere il proprio consenso in modo diverso rispetto al recarsi alle urne, è emblematico : sta a dimostrare che molti americani temono che il 3 novembre sarà una giornata in cui possano scatenarsi dei tafferugli e andare a votare in modo regolare può essere pericoloso. Al punto da accettare di sottoporsi ad interminabili file anche di tre, quattro ore sotto il sole pur di mettere al sicuro il proprio voto.

Torniamo all’empatia: essere sulla medesima lunghezza d’onda emotiva con il proprio interlocutore non vuol dire approvare e condividere il contenuto delle considerazioni dell’altro, ma anticipare ogni replica alle battute di chi sta di fronte con un lungo, ponderato, partecipe ascolto.

In pratica, l’empatico è un soggetto che sa di non sapere ogni cosa e considera ogni opportunità che gli si presenta come una circostanza per arricchirsi di conoscenze.

Il non empatico evidentemente no: respinge le tesi altrui, le considera quasi come infettanti il suo modo di ragionare, le giudica minacciose ed arriva alla conclusione che quelle “strampalate visioni del mondo” meno circolano meglio è.

Una ulteriore considerazione a margine è che questo terribile 2020, la cui pandemia che si è scatenata trae origine anche da scelte politiche, diplomatiche ed economiche dissennate, avrebbe proprio bisogno di chiudersi gettando un ponte levatoio verso il 2021.

Un ponte di collegamento fra questi due anni è indispensabile al fine di consentire che proposte costruttive colorino uno scenario internazionale attraverso la coesione fra i popoli, la ridistribuzione della ricchezza, la elevazione di uno standard di vita  tale da sconfiggere la malnutrizione e poi, ovviamente, una azione per debellare questo virus una volta e per tutte.

Il 2021 invece avrà da fare i conti con soggetti che, seppure auspicabilmente perdenti, faranno partire “siluri” contro l’antagonista e dunque questo mondo spaccato in due rappresenterà una evenienza tutt’altro che improbabile.

Tutto questo, se ci riflettiamo bene, ha una spiegazione legata alla assenza di empatia: una qualità della relazione interumana che negli USA come in Italia non viene appresa, mentre viene considerata quale presupposto ad ogni percorso educativo in un piccolo ma organizzato Paese dell’Europa: la Danimarca.

Merita di essere precisato che le scuole danesi considerano la conoscenza empatica, l’autostima, la fiducia, la sincerità, il coraggio di sbagliare e dunque l’accettazione dell’errore quali preliminari: dopo entra come “materia di studio” l’apprendimento e  lo sviluppo delle capacità cognitive.

Questo genere di impostazione didattico-pedagogica della Danimarca è talmente ben concepita che ha permesso a quel popolo di venire indicato come “il più felice del mondo”.

Davvero incredibile che di questo gli Stati Uniti d’America non se ne siano resi conto.

Dobbiamo forse tornare indietro nel tempo di Abramo Lincoln che ci ha lasciato questa celebre frase che recita in questo modo: “così come non vorrei essere uno schiavo, così non vorrei essere un padrone. Questo esprime la mia idea di democrazia”.

La Costituzione americana trae origine da questi indirizzi etici, se la felicità viene additata come l’obiettivo a cui deve tendere ogni cittadino residente in quel Paese.

di Ernesto Albanello

 

(foto La Voce di New  York)

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