A chi interessa, realmente, la sicurezza dei nostri bambini?

Lo Stato centrale, ed i suoi organismi periferici, giustamente, pretendono dai soggetti privati il rispetto delle norme. In particolare, per quelle sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, si fa riferimento all’allegato IV al Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, dove, tra l’altro, si specifica che gli edifici che ospitano i luoghi di lavoro, o qualunque altra opera e struttura presente nel luogo di lavoro, devono essere stabili e possedere una solidità che corrisponda al loro tipo d’impiego ed alle caratteristiche ambientali.
Molti edifici, inoltre, sono soggetti alle norme tecniche per la prevenzione incenti (D.M. 3 agosto 2015) e ad altre norme, nazionali e/o regionali, tese alla tutela di occupanti e visitatori.
Sul rispetto di questo norme lo Stato vigila, attraverso i suoi organi di controllo, e spesso eroga anche pesanti sanzioni, come è giusto che sia.
Ma se lo Stato, ed i suoi organi periferici, adottassero uguale solerzia nel controllare, e sanzionare, scuole e uffici pubblici, probabilmente si assisterebbe alla chiusura immediata di edifici scolastici, municipi, sedi di enti, ecc.
La domanda è: perchè per il privato si applicano le norme che tutelano le vite umane e per il pubblico si fa finta di non vedere?
Se acquistiamo un’auto, ogni due anni dobbiamo effettuare la revisione della stessa, onde verificarne l’efficienza. Inoltre siamo obbligati ad installare, e ad utilizzare, dispositivi che tutelino gli occupanti in caso di incidente: airbag, cinture di sicurezza, seggiolini per bambini; da ultimo anche il seggiolino antiabbandono, dispositivo sacrosanto e giusto, il cui obbligo è scattato a seguito di otto, sottolineo otto, drammatici casi di decesso per abbandono in auto di minore, negli ultimi 30 anni.
In Italia quest’anno, dall’inizio dell’anno scolastico, ogni tre giorni ci sono stati, nelle scuole italiane, episodi di distacchi e crolli. Nel 2013 oltre 250 sono stati i casi di crolli di strutture di edifici scolastici. Sono 17.187 le scuole che si trovano in aree con una pericolosità sismica alta o medio-alta e circa 4 milioni e mezzo di studenti tra i 6 e i 16 anni vivono in province in tutto o in parte rientranti in queste aree. Ma il problema non è solo il rischio sismico: solo il 53,2% degli edifici scolastici in tutta Italia possiede il certificato di collaudo statico e il 53,8% non ha quello di agibilità o abitabilità.
Dal 2001 39 sono state le giovani vittime a causa di crolli di edifici scolastici o parte di essi, di cui 27 nel terremoto di San Giuliano di Puglia. Gli ultimi eventi sismici, fortunatamente, sono avvenuti in orari che non coincedevano con le lezioni, altrimenti la lista si sarebbe drammaticamente allungata.
Una scuola viene costruita, o allocata in un edificio antico, e poi dimenticata per decenni. Niente obblighi di “revisione” delle strutture portanti, delle attrezzature e degli impianti; nessuna verifica sull’idoneità, nel tempo, degli spazi; nessuna preoccupazione per l’adeguamento alle eventuali nuove norme di sicurezza (cosa che, ad esempio, un datore di lavoro privato deve obbligatoriamente fare).
Paradossalmente il pericolo di morte di un bambino a bordo di un’auto vale molto di più del pericolo di decesso di 500 bambini all’interno di un edificio scolastico. Eppure, in questo mai auspicabile caso, il diretto responsabile sarebbe lo Stato, quello con la S maiuscola, quello che, per la Costituzione Italiana, “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività(art. 32).
Peccato che le scuole italiane abbiano, nella stragante maggioranza, indici di vulnerabilità bassissimi (pur se la normativa si accontenta, in caso di miglioramento sismico, di un fattore pari a 0,6 su una scala che vede 1 come indicatore di un edificio realizzato secondo le norme vigenti), e siano spesso prive di certificazioni di agibilità e/o prevenzione incendi, e, ancora, sono spesso ubicate in edifici che non hanno più caratteristiche spaziali e funzionali idonee per ospitare strutture per l’istruzione.
Ma obbligare “altri” a stanziare risorse “proprie” per adeguarsi a norme giuste e utili, è molto più facile che obbligare se stessi allo stesso rigore. E così, quotidianamente, genitori che si recheranno in fabbriche ed uffici privati dotati degli ultimi accorgimenti utili a salvaguardare la loro incolumità fisica, accompagnano i loro figli, a bordo di auto super sicure, su seggiolini che li proteggono da incidenti e abbandoni inconsapevoli, verso scuole potenzialmente pericolosissime, dove un vetro non a norma, un controsoffitto costruito male, una struttura non antisismica, potrebbero far loro del male, fino ad ucciderli.
Tutto questo mentre lo Stato si affanna a giustificarsi, accampando mancanza di risorse, e spende e spande soldi per opere non altrettanto urgenti e, spesso, non altrettanto utili (se non addirittura inutili).
E così la tutela della salute di gran parte della popolazione, di quella più debole, scivola in secondo piano; meno importante di una terza, o quarta, corsia autostradale; meno urgente dell’acquisto di auto blu o aerei presidenziali; meno impellente rispetto ad altri adempimenti che tutelano qualche privilegio o accontentano, per un po’, parti della popolazione.
Occorrerebbe un piano straordinario di edilizia scolastica a livello nazionale, che individui le tecnologie più idonee per la realizzazione di edifici sicuri e sostenibili (diminuendo i tempi di realizzazione e ottimizzando i costi di manutenzione), previa individuazione delle reali esigenze dei singoli territori, evitando di costruire singole scuole dove non servono e privilegiando l’accorpamento dei servizi, soprattutto nei piccoli comuni.
Le risorse economiche non possono essere un problema, non quando parliamo dei nostri figli, dei nostri nipoti… del nostro futuro.

di Raffaele Di Marcello

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