IL RUGGITO DELLA DOMENICA / La Chiesa dimentica Sant’Antonio Abate  

Sono un inguaribile romantico. Così, fiducioso, cercando le iniziative cittadine per la celebrazione di Sant’Antonio Abate, ho scoperto che sul sito della diocesi c’è la lettera del Vescbvo, l’incontro del Vescovo, la riunione con il Vescovo, l’assemblea del centro Paolo VI con il Vescovo di Teramo, ma niente che celebri e ricordi l’importantissimo santo nemico del demonio: Santo Antonio abate. Detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto, sant’Antonio l’Anacoreta. Un santo molto importante per la Chiesa e per i credenti. Poi, se uno non è credente, è  un idolatra pagano, è giusto che lo ignori.

Questa giornata del 17 di gennaio viene alla fine di quel periodo dove la notte sembra non debba aver termine, quando il giorno sta riprendendo il sopravvento; così pure la terra, comincia a rinascere. L’uomo, fin dai primordi della storia, ha segnato questo periodo che prelude alla primavera con una serie di riti propiziatori, sacrifici di animali, feste. Per tale motivo la Chiesa, ovunque, quasi ovunque, dopo le feste di Natale che celebrano la venuta della Luce tra di noi, dopo l’Epifania, proprio a metà di gennaio pone in venerazione la figura di Antonio abate, santo egiziano vissuto nel III – IV secolo dell’era cristiana che, ricco di famiglia, lasciò tutti i suoi averi ai poveri, si consacrò al servizio di Dio.

Tutti gli anziani e gli agricoltori sanno bene che l’annata agricola inizia il giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno di San Martino, durando pertanto dal 17 gennaio all’11 novembre. Le due date sono significative, oltre che onorate dalla Chiesa ovunque.  Quasi ovunque, con le figure di due grandi Santi. Santo Antonio Abate, eremita, è considerato il fondatore del monachesimo e il primo degli abati. E’ un vero peccato che la chiesa locale non ricordi questo santo. Sarà perché i monaci predicavano le rinunce agli interessi mondani per dedicarsi in modo più completo all’aspetto spirituale, coinvolgendo la propria vita. E gli abati ( abbas, abbà , cioè “padre”) erano persone che avevano “autorità” e autorevolezza, senza avere “autoritarismo”. In alcuni chiese locali non piace questo. Si preferisce avere e manifestare autoritarismo senza avere autorevolezza.

Eppure nelle comunità, soprattutto nelle piccole comunità come la nostra,  dove c’è ancora una possibilità di comunicazione e ascolto, sarebbe molto importante ricordare queste figure. Nel 300 dopo Cristo, a lui si deve la costituzione in forma permanente di alcune famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, “abbà”, si consacrarono al servizio di Dio. Per questo Sant’Antonio è festeggiato in tutta Italia, da Nord a Sud, ma anche in Europa  e – in tempi normali – ovunque in suo onore vengono accesi enormi falò in omaggio alla capacità del Santo di strappare dalle fiamme dell’inferno le anime dei peccatori. E proprio chi ne avrebbe più bisogno che fa ?  Se lo scorda.

Ma che c’entra Sant’Antonio con la campagna e gli animali ? Perché è sempre raffigurato con un porcellino con la campanella al fianco, la fiamma in mano ed il bastone, dal momento che visse nel deserto ed in luoghi in cui i maiali non c’erano ?

Secondo la tradizione, il demonio lo avrebbe tentato più volte, apparendogli sotto forma di un porco, animale che per la Chiesa incarna molti degli aspetti più bassi dell’anima umana, come l’ingordigia, la lussuria e la sporcizia. Per questo motivo, nell’iconografia cattolica Sant’Antonio Abate è raffigurato con un maialino ormai ammansito ai piedi, a simboleggiare la vittoria dell’eremita contro le tentazioni. Nei secoli, però, l’importanza del maiale nella cultura contadina ha progressivamente cambiato il significato di quest’immagine e il santo si è trasformato, da vincitore sul verro-diavolo, a protettore del maiale-amico e, per estensione, di tutti gli animali domestici.

Nel 1088 poi un nobile francese, Gaston de Valloire, dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un ospedale e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati, che col tempo si sarebbe trasformata nell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Costoro avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio, ma anche con la carne, nutriente e calorica nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore delle campagne e dei contadini, degli animali domestici ma anche dei macellai e dei salumieri. Acerrimo nemico del demonio, con il quale l’agiografia racconta lotte furibonde durante le quali il santo fu più volte aggredito e percosso, secondo una leggenda popolare Sant’Antonio si recò all’inferno per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo. Mentre era in vita tanti ammalati si recarono dal Santo per chiedere e ottenere guarigione da terribili malattie; tra queste v’era l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio. Per tale motivo, oltre che essere invocato come potente taumaturgo, Sant’Antonio Abate è patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri. Anche oggi, di fronte ad una agricoltura “tecnologica”, il culto di Sant’Antonio Abate non conosce crisi: non c’è stalla o casa colonica ove non si trovi appesa una sua immagine e  tutte, o quasi tutte, le Parrocchie festeggiano a turno il Santo con liturgie solenni. Speriamo che anche nel teramano questo santo, i suoi valori e le tradizioni legate alla sua figura, vengano ricordate e onorate. Prima o poi.

 

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