CAMBIARE LA SCUOLA EMOZIONANDO GLI ALUNNI

Sono sceso in cantina ed ho spolverato una bottiglia che era rimasta adagiata a lungo, riposta in uno scaffale, forse conservata per essere versata a dei commensali di riguardo nel corso di una ricorrenza o di una serata, di quelle che vanno ricordate.
Una bottiglia sulla cui etichetta vi era scritta anche l’avvertenza che giustificava il motivo di riportarla alla luce : passando uno strofinaccio appena umido sulla etichetta, si poteva leggere distintamente “un brindisi, quando la scuola diventerà emozionante”.
Non nascondo di essermi emozionato pensando alla persona di tanto tempo fa che avvertiva il bisogno di conservare una bottiglia d’annata per brindare ad una scuola che avrebbe messo al primo posto le emozioni e, solo dopo, l’apprendimento e la crescita del conoscere.
Scrutando ancora, nella stampa sull’etichetta che era ancora distinguibile, si poteva individuare un ulteriore auspicio: “perché solo allora lo studio sarà attraente”.
Certamente, dicevo fra me e me, trasformare la scuola per renderla una istituzione che emoziona, sarebbe davvero un passo in avanti.
Sì, ma poi ho continuato a tormentarmi sostenendo che una scuola del genere determinerebbe una scarsa volontà applicativa, per quel genere di studi da ripetere e da imprimere nella memoria.
Ad un tratto mi sono tornati in mente, come fosse un film mentale, tanti insegnanti che ho avuto di cui ovviamente non ricordavo le lezioni che tenevano, ma riuscivo ad avere ben chiaro coloro che possedevano carisma rispetto a quelli che vivevano la scuola, come si diceva, “tanto per arrivare al 27 del mese”.
Gli insegnanti che ti danno una carica, ti suscitano un forte desiderio di corrispondere a loro, perché sanno darti fiducia, sono capaci di valorizzarti, riescono a parlarti dritti al cuore e ad ascoltarti, sono empatici, sanno sempre aiutarti perché tu possa rialzarti dopo un attimo di abbattimento.
Mi venivano in mente le famose, tediose discussioni sulla opportunità o meno di far tenere lo smartphone agli alunni, quando c’è lezione oppure no. La risposta per me sarebbe istantanea: il ragazzo si distrae, pensa altrove, giocherella con la tastiera di un telefonino se la scuola è annoiante : l’alunno vuole sentirsi destinatario di attenzione perché è attanagliato da mille dubbi, vive con ansia la sua definizione di sé che tarda a maturarsi ed allora se l’insegnante lo trascura o non lo tiene in doverosa considerazione, insegue qualcuno o qualcosa che possa illuminarlo.
L’empatia, l’autostima, la ricerca di una propria autenticità, vivere a proprio agio all’interno delle mura scolastiche: su questi presupposti si basa la scuola in Danimarca, ma anche in altri Paesi dove si è compreso che tutte le patologie che esplodono nelle scuole (come il bullismo) sono la conseguenza di una classe insegnante che troppo spesso non intercetta un bisogno che manifesta il ragazzo ed è quello di sapere perché è triste, oppure perché è ostaggio della propria collera, o perché è tormentato da tanti disturbi di natura fisica (che sono di origine nervosa) nel momento in cui sta varcando la soglia di scuola.
La scuola, forse, sta rendendosi conto che ha smarrito un appuntamento con il suo stesso senso di essere : finisce per non interpretare più il ruolo nella società di oggi proprio continuando a gareggiare con la tecnologia che dispensa a piene mani tante conoscenze in pillole, mentre dovrebbe solo pensare a riassumere una funzione che è quella di relazionarsi al ragazzo, ascoltarlo in modo partecipe senza impartire generiche “lezioni di vita” valide per tutti, ma stabilendo un rapporto con quel bambino o quell’adolescente, fondato su una condivisione affettiva ed emotiva che rappresenta un patto di alleanza tra chi dà e chi riceve.
Se tutto questo resta ambiguo, indefinito, altalenante, l’alunno, bambino o adolescente che sia, non sa che farsene di rapporti non coinvolgenti e l’insegnante ha perso la sua grande battaglia per una stima di sé come docente senza neppure essersi reso conto da dove è partita la causa di tutto ciò.

Riscendo in cantina, riporto la bottiglia nello scaffale riflettendo dentro di me, che i tempi per stapparla non sono ancora maturi…..ma se ci fosse qualche insegnante disposto a farmi cambiare idea, potrei sempre sorseggiare un buon vino e scambiarci opinioni a tale proposito.

Ernesto Albanello

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