Parliamo di vergogna

Originariamente la vergogna veniva considerata come l’emozione che accompagna la valutazione di sé a seguito di un fallimento personale per il mancato rispetto delle regole e per una condotta che pone in evidenza uno stato di inadeguatezza per il ruolo assunto, il compito da svolgere, la funzione da esercitare.

In fondo, provare vergogna serviva per concedersi una pausa utile per rivedere la propria vita.

Finora ogni riferimento  dato, rispetto al “provare vergogna” riguardava l’individuo che percepiva il proprio imbarazzo ed il senso di inadeguatezza :  il soggetto sentiva la propria dimensione, come qualcosa da cancellare, considerava una determinata esperienza di vita come una parentesi che meritava di non essere mai più neppure ricordata.

La persona, quando era assalita da questo senso di profondo disagio, vedeva come necessario arretrare le lancette dell’orologio per azzerare un periodo che sentiva come disdicevole per un dignitoso proseguimento della propria esistenza.

Credo che sia importante individuare la provenienza di questa parola, che oggi ha assunto una valenza diametralmente opposta.

Quando, adesso, sentiamo pronunciare il termine “vergogna”? 

In questo periodo, “vergogna” viene ripetuto come un mantra, ma rivolto agli altri: di solito capita di sentire un vociare collettivo di masse che muovono invettive contro i rappresentanti della fazione opposta.

“Dovreste vergognarvi….” , “il vostro è un comportamento vergognoso…..”, “ non avete neppure quel minimo senso di vergogna per come avete agito….”.

La sensazione è che ognuno si autoassolve da ogni ipotetica responsabilità e si sente legittimato ad attaccare ferocemente l’avversario, che invece mancherebbe della “decenza” di farsi “l’esame di coscienza” per colpe vere o presunte.

L’ultimo episodio che ha posto l’Abruzzo al “disonore” della cronaca, è stato quello dell’attacco di una banda di minorenni ai danni di un gay che passeggiava, mano nella mano, con il proprio fidanzato lungo la riviera di Pescara.

Un’aggressione , di inaudita ferocia, che sarebbe stata sferrata anche ai danni di persone che erano intervenute per proteggere il ragazzo, comunque pestato violentemente, al punto da dover fare ricorso alle cure del pronto soccorso ospedaliero per rottura della mandibola.

La scrittrice Donatella Di Pietrantonio avrebbe mosso accuse alla città di Pescara, con particolare riguardo al municipio, che non avrebbe manifestato tutto il suo sdegno. Solo il Sindaco avrebbe preso una posizione di condanna: per la verità la sua preoccupazione era protesa a difendere l’onore della città , per essere stata “sommersa dal fango lanciato dalla stampa nazionale”.

Non sembra sia stato energico l’atto di contrizione per il danno fisico ed il trauma psicologico di quel molisano venticinquenne “colpevole” di essere andato a trovare il suo fidanzato pescarese, di ventidue anni.

Mi dispiace che il Sindaco abbia voluto dare, come si dice, un colpo al cerchio ed uno alla botte.

Si è certamente perso una opportunità : quella di una grande educazione civica alla tolleranza ed al rispetto delle diversità. Una pagina di cultura che la classe giovanile pescarese non ha ancora assimilato. Una fascia di persone che dovrebbe davvero vergognarsi per la stupidità dell’atto commesso. Pescara si preoccupi meno del cattivo nome che si è fatta per questo episodio di intolleranza e si adoperi di più perché una volta e per tutte, questa mala pianta venga definitivamente estirpata.

Certamente l’Abruzzo, che ha il motto di essere “forte e gentile” non esce bene da questo episodio di oscurantismo perché porta all’attenzione dei media il suo essere “terra retrograda” ed incapace di coltivare il senso della civile coesistenza.  

Mi piacerebbe che le massime istituzioni, dalla Regione, alla provincia di Pescara, al Comune della Città adriatica, esprimano ancora più convintamente la propria solidarietà al ragazzo aggredito e dichiarino la propria volontà di ospitare tutti, indistintamente.

Altrimenti, che senso avrebbe fare pubblicità turistica se poi chi arriva, può correre simili rischi?

Ernesto Albanello

  

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