La longevità intellettiva

Non so quanto scalpore abbia suscitato la notizia di una laurea conseguita

da uno studente di novantasette anni, ottenuta da Giuseppe Paternò, classe 1923, ma credo che certi eventi meritino di venire sottolineati e rimarcati perché dimostrano quanta vivacità abbia il cervello.

Tutto questo accade alla Università degli Studi di Palermo, dove questo studente in procinto di tagliare il traguardo del secolo, nel 2017, decide di coronare un suo sogno: quello di intraprendere un percorso accademico negli studi storici che gli permetterà di raggiungere il traguardo della laurea di base e di non escludere la eventualità di proseguire alla volta della laurea magistrale.

Quale insegnamento possiamo trarre da questa determinazione?

Forse sarebbe ora di finirla di fare i soliti servizi televisivi sugli anziani a base di videate in cui dei coetanei ultraottantenni sono lì a trascorrere il loro tempo o con le carte da gioco in mano o con le bocce con il proposito di gareggiare per contendersi una bevuta da birra.

Forse non stiamo rendendoci conto che tutto il sistema pensionistico o del “collocamento a riposo” andrebbe interamente rivisto in funzione di quanto vitali siano i nostri neuroni e quanta progettualità sia presenta in ciascuno di noi.

Oggi continuiamo a sostenere che l’INPS non può farcela a sostenere una moltitudine di iscritti, la cui pensione deve essere pagata grazie all’attività svolta da coloro che sono indicati come “forza lavoro”, cioè la cosiddetta “parte viva della società”.

Ma è così? O, per meglio dire, quello che valeva nel momento in cui si registrava un processo degenerativo della mente ( e del corpo) che riguardava la totalità della popolazione al compimento del sessantacinquesimo anno, merita di essere riaffermato oggi, con assoluta certezza?

Certo, fare simili affermazioni, suona strano, soprattutto dopo pochi anni da varo della cosiddetta quota “100” in relazione a cui sono sufficienti sessantadue anni e trentotto di contributi versati per essere collocati a riposo.

Penso che quello che il Dott. Giuseppe Paternò, “fresco” di laurea a novantasei anni e dieci mesi vuole insegnarci, è che la mente trova in sé una energia propositiva nel momento in cui ci sia un traguardo “motivante” da raggiungere, mentre ci capita molto spesso di dover constatare che il “sistema lavorativo” spenga gli entusiasmi, anche quando le attività che si esercitano dovrebbero essere molto coinvolgenti.

Non è vero che la persona, quando è anziana, ha perso la spinta per dedicarsi al lavoro, ma “ad un tipo di attività” ripetitivo, non gratificante, burocratizzato, scarsamente personalizzato, quindi a misura di chi lo esercita, fortemente improntato al principio di autonomia che permetterà, di rimando, l’ottenimento di riconoscimenti e apprezzamenti per quanto compiuto a beneficio della collettività.

Insomma, non è il lavoro che stanca, ma ad estenuare è l’espletamento del “solito” lavoro, subordinato e sotto le direttive di chi, casomai, ne sa meno di te, non in grado di far esprimere a chi quell’attività la esercita, tutta la sua inventiva e genialità.

Il cervello dal canto suo, non aspetta altro che riposizionarsi ai “nastri di partenza” per esprimere nuovamente ogni sua caratteristica, che è una sintesi di genialità, originalità o volontà di affermazione.

Tanto per non dimenticarcene, Rita Levi Montalcini, deceduta all’età di 103 anni, fino a 101 anni aveva ancora compiti direzionali nei laboratori in cui operavano suoi giovani allievi.

Chissà se il sistema pensionistico e dell’attribuzione di funzioni a coloro che sono pronti a compiere altri e più entusiasmanti lavori non debba essere affidato proprio al “sempre giovane” novantasettenne Dott. Giuseppe Paternò?

di Ernesto Albanello

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