L’arroganza

Quello che è accaduto alla caserma di Piacenza somiglia ad un pentolone contenente liquido maleodorante che si è scoperchiato ed ha posto in evidenza una patologia del sistema.

Come ad esempio che il controllo del territorio si ottiene attraverso gli arresti: bastasse questo per far ritornare un ordine autentico, improvvisamente…..

Il cosiddetto “clan dei carabinieri” era invece tutto proteso a raggiungere alti livelli di “produttività” che avrebbero permesso loro, l’ottenimento di encomi e scatti di carriera.

Come si ottenevano risultati apparentemente così sconvolgenti? Naturalmente adottando le maniere forti: pestando, picchiando, intimidendo, non disboscando il malaffare della droga, ma stabilendo delle regole per il controllo del mercato che sarebbero state convenienti per loro.

Inoltre stipulando patti con la ‘ndrangheta, da tempo presente sul territorio di Piacenza.

Certo che quando accadono fatti così eclatanti, suona ridicolo il richiamo a non farsi giustizia da sé ed affidarsi alle forze dell’ordine.

Suona strano inoltre che un appuntato dei carabinieri di trentasette anni si conceda un tenore di vita come quello che ostentava Montella: villa con piscina di valore, auto di grossa cilindrata e moto continuamente rinnovate, donne disponibili e festini svolti nel momento più critico del covid.19.

Questi carabinieri, in fondo riuscivano a tenere in pugno anche i superiori che l’unico atteggiamento che potevano assumere verso il “clan” era quello del compiacersi e del complimentarsi per il loro operato.

Perché ho voluto associare questa pagina di ordinario malcostume nel nostro Paese al termine “arroganza”? Perché lo correlo con l’atteggiamento difensivo e di “garanzia dell’impunità” nel senso che ci sono le leggi per tutti ma poi c’è una minoranza che ha la sensazione di vivere, operare, progettare “sopra le leggi”.

Persone che sono persuase che la magistratura sarà sempre e comunque dalla loro parte e che se si vuole mantenere l’ordine, qualche pegno bisogna pure pagarlo, come quello di avere un occhio di riguardo e, come è stato detto in questi giorni, giocando sul nome della città teatro dello scandalo, godere di una certa “compiacenza”.

La conseguenza di tutto questo è che se l’uomo comune comincia ad introiettare una associazione mentale per cui “carabiniere= arroganza da impunità” , poi inizia uno smottamento di credibilità che ha un inizio e non si sa dove può portarci.

L’Italia sta giocandosi una carta di grande pregio e di importante fattura: si chiama “acquisizione di fiducia” e, grazie a questo governo, il sistema Europa ha, alla fine, riconosciuto che dell’Italia ci si può fidare.

Si tratta però di un attestato di credito che, come viene elargito, con la stessa velocità, può tornare ad essere debole, molto debole.

Certamente le forze dell’ordine non devono suscitare sospetti né alimentare diffidenze, sia al livello interno che internazionale.

Un passo falso, come i due carabinieri che accompagnarono a casa due studentesse universitarie americane usando violenza nei loro confronti, e poi diventa duro risalire la china.

Uno Stato di diritto deve necessariamente esercitare una azione di controllo nei confronti dei suoi “servitori” perché a loro è affidato il senso di credibilità della intera nazione.

Chi trasgredisce, riceva una esemplare condanna che non andrà commisurata al fatto, ma sia inasprita per l’effetto di degrado etico e morale, collegato all’atto scellerato in sé.

Perché non sappiamo che farcene di “arroganti” che usano la norma a proprio uso e consumo.

Ernesto Albanello

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