Congo: se un ladro mi entra in casa io sparo

Poco fa Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Del Congo e Vittorio Iacovacci, il carabiniere della sua scorta, sono stati uccisi in un attacco a un convoglio delle Nazioni Unite. Luca Attanasio, era un giovane stimatissimo diplomatico che rappresentava al meglio l’Italia in una zona di frontiera dove ogni giorno nostri connazionali, senza clamore, rischiano la loro vita. Originario di Saronno, benché avesse solo 44 anni, era entrato giovanissimo in diplomazia nel 2004, ed aveva avuto esperienze a Berna, al consolato generale in Casablanca e poi Abuja, in Nigeria. Dal 2017 era ambasciatore a Kinshasa in Congo.

Vittorio Iacovacci aveva solo 30 anni. Il loro sacrificio è la conseguenza di un impegno coraggioso e silenzioso in difesa dei diritti umani nel terzo mondo. Un sacrificio per rappresentare il nostro Paese che ci fa soffrire e per il quale come italiani dobbiamo sentirci riconoscenti

Lo stato libero del Congo nacque nel 1885. In realtà si trattava di un possedimento personale del re Leopoldo II del Belgio, che oppresse senza pietà i suoi immensi domini nel continente africano. Era una colonia belga i cui abitanti venivano crudelmente sfruttati, privati delle loro terre, mutilati, massacrati. La notizia non è certo nuova, perché così si comportavano i Paesi colonialisti. Il Congo era la maschera dietro cui nascondeva la sua insaziabile avidità. Il Belgio era arrivato in Congo con “l’intento umanitario” di aprire verso l’interno; per  la creazione di postazioni accoglienti, scientifiche e di conciliazione per abolire la tratta degli schiavi; per l’instaurazione di una pace stabile tra i capitribù e la proposta di un arbitrato giusto e imparziale tra di loro. Esattamente come oggi.  Il Congo  è figlio della storia di uno spietato sopruso, causato dalla brama di caucciù, avorio, oro, minerali preziosi. Per oltre un secolo se un villaggio si rifiutava di raccogliere quei materiali preziosi veniva distrutto. Gli si faceva la guerra. Gli si distruggevaono le risaie e gli si rubava il cibo. Gli abbattevano i plataneti, gli incendiavano le capanne e gli si portavano via gli oggetti di valore. A volte gli indigeni erano costretti a versare un pesante risarcimento. In genere i capi li pagavano con filo di ottone e schiavi e, se non c’erano schiavi a sufficienza, erano costretti a cedere le loro mogli.

Le violenze bestiali furono così crudeli che missionari, personalità e istituzioni mondiali diverse, e gli stessi Stati coloniali, cominciarono a denunciare e a portare alla luce i misfatti belgi. Il Belgio era una democrazia, ma in Congo aveva instaurato una feroce e terribile dittatura. I missionari comboniani descrissero il re del Belgio come Luigi XIV, “Lo stato sono io””. Nel 1904-1905 una commissione di inchiesta internazionale pubblicò un rapporto sugli abusi nella raccolta del caucciù, senza però accusare direttamente Leopoldo. Nacque l’Associazione mondiale per la riforma del Congo. I detrattori erano a mano a mano aumentati, e aveva già denunciato il “caucciù rosso”, così definito a causa del sangue versato per procurarlo.

Oggi invece… è uguale. E’ il cobalto che uccide: Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla sotto accusa per lo sfruttamento dei minori in Congo. I familiari di 14 bambini da 6 anni in su portano in tribunale alcuni grandi dell’hi tech: nelle miniere alcuni sarebbero morti, altri avrebbero riportato gravi danni fisici. L’accusa è pesante: molte multinazionali sarebbero complici nella morte o nella mutilazione di bambini costretti a lavorare in condizioni pericolose nelle miniere di cobalto, usato per le batterie di smartphone, laptop e auto elettriche. E’ la prima volta che le tech company si trovano davanti a una azione legale del genere. La causa è stata presentata a Washington Dc dall’ong locale International Rights Advocates per conto di 14 genitori e bimbi della repubblica democratica del Congo. Le famiglie chiedono i danni per lavoro forzato e ulteriori indennizzi per ingiusto arricchimento, supervisione negligente, imposizione intenzionale di stress emotivo. Le immagini negli atti giudiziari mostrano bambini con arti sfigurati o amputati; 6 sono morti nei crolli del tunnel, e gli altri hanno subito lesioni gravissime, fino alla paralisi. Queste aziende – le aziende più ricche del mondo – hanno permesso che dei bambini fossero mutilati e uccisi per ottenere il loro cobalto a buon mercato, ha detto Terrence Collingsworth, un avvocato che rappresenta le famiglie. Per l’estrema povertà delle loro famiglie, i bambini sono stati costretti a lasciare la scuola e lavorare nell’estrazione del cobalto di proprietà di Glencore. Alcuni hanno appena sei anni. Sono stati pagati 1,50 dollari al giorno, per 6 giorni alla settimana. Il cobalto è essenziale nella realizzazione di batterie al litio ricaricabili utilizzate in milioni di prodotti tecnologici, e più della metà della produzione mondiale proviene dal Congo. Secondo uno studio della Commissione Europea del 2018, la domanda globale di questo metallo aumenterà dal 7% al 13% l’anno nel prossimo decennio. Nella denuncia si rileva però come le aziende abbiano tutte la possibilità di revisionare le loro catene di approvvigionamento di cobalto per garantire condizioni più sicure. “Non ho mai trovato uno scompenso così grande nella ripartizione del reddito tra la parte superiore della catena di approvvigionamento e la parte inferiore”, ha commentato Siddharth Kara, un ricercatore sulla moderna schiavitù consultato come testimone esperto nel caso. “È un tale scollamento che rende questa forse la peggiore ingiustizia della schiavitù e dello sfruttamento dei bambini mai visto in due decenni di ricerca”, ha detto Kara. Secondo Walk Free e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre 40 milioni di persone si trovano in una condizione di schiavitù, una definizione che include lavoro forzato e matrimoni combinati.

Il Coltan è un minerale di superficie, estratto da adulti e bambini per sfamare la nostra dipendenza da smartphone; il Coltan infatti è indispensabile per i nostri amati cellulari. E’ presente principalmente in Congo, dove si trovano circa l’80% delle risorse mondiali, e in pochi altri paesi. Per estrarlo ci vogliono profondi tunnel e numerosi schiavi che per la disperazione, si ritrovano a lavorare in condizioni di grande sfruttamento con una paga di pochi dollari al giorno, scavando con vanghe e, per le donne e i bambini, lavando a mano le pietre che trasporteranno per chilometri al mediatore più vicino.

Molti schiavi muoiono di fatica e di diverse malattie che questo minerale radioattivo comporta:
– compromissione del cuore, vasi sanguigni, cervello e cute;
– riduzione della produzione di cellule ematiche e danneggiamento dell’apparato digerente;
– aumento dei rischi del cancro;
– difetti genetici nella prole;
– malattie dell’apparato linfatico.
Per queste importanti malattie c’è bisogno di cure mediche e medicine che queste persone non possono permettersi oppure che non si trovano nel paese.
Il Coltan, però, non provoca danni solamente a chi lo estrae, ma all’intera regione coinvolta.
Nella Repubblica Democratica Del Congo, infatti, ci sono numerosi conflitti dovuti a questo minerale, che scatenano una forte violenza nei confronti della popolazione civile. Questo fenomeno è stato inserito da Medici Senza Frontiere tra le prime dieci peggiori crisi umanitarie nella lista pubblicata online il 12 dicembre 2009. MSF infatti denuncia l’uccisione di centinaia di persone, lo stupro di migliaia di donne, di bambini e talvolta anche di uomini. Migliaia di persone hanno dovuto lasciare la loro casa a causa dei numerosi conflitti dovuti al Coltan e alla diminuzione del suo prezzo. Episodi di terrore sono riportati puntualmente da MSF, come gruppi di persone in attesa di essere vaccinate finite sotto il fuoco incrociato dei combattenti. Secondo MSF gli attacchi sarebbero stati sferrati con sistematicità in ognuno dei siti in cui si stava realizzando la campagna di vaccinazioni. I dati sono però incompleti.

 

di Leo Nodari

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