TERAMO – Il 1948 era l’anno del VI Congresso del partito a Milano: 782 delegati convocati, 92 federazioni, 2.232.175 iscritti i rappresentati. Un congresso che vedeva tornare il P.C.I., anche se sempre confermando tutte le norme costituzionali, della libertà e dell’autodeterminazione, ad un’azione più incisiva e di lotta più costante, chiamando i compagni all’impegno e al mobilitarsi per poter spazzare via ogni tentativo di resistenza reazionaria. Una linea che, per la verità, non dette ai comunisti ed al partito il successo atteso. La sconfitta del “Fronte Popolare” – comunisti e socialisti insieme – contro quella Democrazia Cristiana a cui si lasciò campo di operare all’anti-comunismo all’interno delle parrocchie, tramite i religiosi; si operò in modo da utilizzare tutto l’odio anti-comunista che covavano i tanti ancora fascisti svestiti; si lasciò mano libera ai padroni nelle aziende per raccomandazioni e ricatti. Fu un anno in cui si trascinava avanti la “querelle” della Jugoslavia di Tito che rifiutava quel ruolo “leader” e di nazione guida del comunismo, a Stalin e all’Unione Sovietica. Ruoli contestati poiché- come affermava Tito – la Jugoslavia si era liberata da sola, anche al fianco dei sovietici, ma con un suo esercito autonomo e di partigiani combattenti. Non aveva atteso i russi che li venissero a liberare con le mani in mano, come gli altri Paesi della stessa Europa orientale: “La nostra libertà ce la siamo riconquistata da soli, combattendo sul campo i tedeschi invasori”. Una tesi che certamente Stalin non poteva accettare!

Un anno in cui quel 14 luglio, alle ore 11.30, a pochi passi dalla Camera dei Deputati, il segretario generale del P.C.I. e la sua compagna Nilde Iotti, raggiunti in corsa da un giovane, vengono avversati da quattro colpi di pistola: Palmiro Togliatti è a terra ferito da tre proiettili, uno, per fortuna, andato a vuoto! La sua compagna Nilde che, disperata, cerca e chiama aiuto, ancora non rendendosi conto che il segretario del P.C.I. Palmiro Togliatti, capo indiscusso dell’opposizione parlamentare del Paese, aveva subito un attentato!

Nel giro di poche ore il momento diventa caotico, sempre più pericoloso per il Paese: il mondo operaio e sindacale è in subbuglio. A Torino, alla F.I.A.T., si occupa la fabbrica e il “manager” La Valletta è preso in ostaggio dagli operai. Tutti i partigiani sono di nuovo in armi in Piemonte, a Genova, a Milano e in tante altre città del centro nord italiano, incalzando scontri veri e propri con le forze dell’ordine, enumerando morti e feriti da entrambe le parti. A Roma, al grande comizio popolare di piazza Esedra, sono sul palco Longo e D’Onofrio e dalla prima fila della folla si alza un invito: “D’Onofrio dacce il via!”. A Venezia gli operai presidiano le fabbriche; a Livorno si combatte, come a Piombino, Taranto, Ferrara, Cagliari, Modena, La Spezia, etc. … etc. … . Una situazione ormai fuori controllo che poteva degenerare veramente in guerra civile ed alla lunga poi terminare con un sicuro massacro per i rivoltosi. E’ da considerare infatti che le forze governative, in totale erano più di 250.000 uomini, più l’esercito di leva. Inoltre avrebbero potuto contare degli aiuti diretti e certi sul territorio, anche indiretti degli U.S.A.; con l’U.R.S.S. – come avevano dichiarato Longo e Secchia – disimpegnata perché non si metteva in conflitto atomico con l’altra superpotenza che era stata sovvertita nella sua “zona di influenza”. E’ un momento in cui anche Secchia ammette: “Si è detto che io avrei cercato di dare un impulso insurrezionale allo sciopero. Storie!” E continuando e facendo capire che se le cose fossero andate avanti ci sarebbe stato un vero massacro per i comunisti, le forze attive del lavoro del Paese.

Una posizione ragionevole ed obbligata per un partito comunista nuovo di Togliatti che aveva accettato la via parlamentare e partitica per poter arrivare alla guida del Paese. Una linea ben lucida e precisa che Togliatti stesso ebbe in mente sin dal primo momento dell’attentato: “Siate calmi; non perdete la testa, calma mi raccomando, calma, non facciamo sciocchezze”. E nonostante di già avesse saputo chi fosse Giuliano Pallante, il suo attentatore. Un sicilano dalle idee fascistoidi, con sul comodino una copia del “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Ebbe a giustificarsi: “Gli ho sparato perché è l’elemento più pericoloso della vita politica italiana per la sua attività di agente di potenza straniera impedisce il risorgere della Patria”. Un discorso delirante! Un personaggio Pallante che rimarrà in odore di qualunquismo e di rapporti con le organizzazioni mafiose siciliane, tesi non provate. Dichiarato dalle inchieste della polizia di Stato “disturbato mentale” e basta, condannato a 20 anni di reclusione, ridotti poi a 13, in parte condonati, poi liberato e mai più nessuno sentirà il suo nome.

Il 26 settembre del ’48 Palmiro Togliatti torna in pubblico, in un comizio in una festa dell’Unità; in 500.000 lo attendono presso il Foro Italico a Roma. Nel suo intervento dichiara: “Questo è per me e voi lo comprenderete una grande giornata. La vita completa per me ricomincia oggi. Sarà un impegno politico ben duro da portare avanti considerato le scelte restrittive e poliziesche del Governo e del ministro Scelba. I prossimi anni saranno contro il partito comunista italiano e i suoi militanti”. Infatti dopo aver definito il P.C.I. sezione italiana del Partito Comunista dell’Unione Sovietica – P.C.U.S. – provvisto di piani insurrezionali nascosti, comprovati dai moti dei fatti dell’attentato all’On.le Togliatti, si iniziò un programma di azioni repressive che si protrarrà nel tempo.

Seguirono i fatti. Genova: denuncia al sindaco Adamoli, teramano e combattente partigiano della famosa battaglia di Ara Martese; Torino: denuncia del sindaco Calissano ed altri per l’occupazione della F.I.A.T. Una vera repressione che intende colpire dal basso, dalle Federazioni, colpendo i dirigenti locali dello stesso partito e del sindacato. Ben 7.000 furono i rinviati a giudizio, 1796 solo in Toscana, 992 in Puglia. Ai prefetti arrivarono circolari in cui si dice di agire e reprimere ogni azione delle Camere del Lavoro e dei loro dirigenti. Nel nord, specialmente in Emilia, si scatena la campagna anti-partigiani, il famoso “triangolo della morte” dove ex partigiani arrestati da uomini in divisa, magari ex collaborazionisti durante la guerra e ce n’erano, costretti a disotterrare resti di fascisti caduti durante la Resistenza. Una grande persecuzione che tra il luglio del ’48 e la prima metà del ’50, portò a ben 62 lavoratori uccisi, 48 erano comunisti; 3.126 feriti, 2.567 erano comunisti; 92.169 fermati, 73.870 erano comunisti.

Ciò nonostante né il partito, né il grande segretario Palmiro Togliatti ebbero ad intimidirsi o temporeggiarono nelle linee guida del Partito Comunista Italiano. Anzi il compagno Togliatti ebbe a rimarcare: “… Ma il partitoè forte, regge, rinsalda le file … “.

 

Mario Ferzetti