75 anni fa Hiroshima e Nagasaki. Imperialismo e liberazione nel commento di Mario Ferzetti

Il 6 agosto 1945, alle ore 8,15 il Boeing B 29 Superfortress, denominato “Enola Gay” – nome della madre del comandante Carl Spaatz Tibbets – sgancia un ordigno appellato “Little Boy” (piccolo ragazzo) sulla città giapponese di Hiroshima. Il 9 agosto ne seguì un secondo su Nagasaki, da un aereo “Bockscar”, al comando di Charles W. Sweeney, alle ore 11,02 ordigno chiamato “Fat Man” (uomo grasso). Si trattò di due bombe ad alto potenziale nucleare: all’uranio la prima, al plutonio la seconda, che gli Stati Uniti buttarono sulle due città giapponesi. Per un Giappone, alleato della Germania nazista e dell’Italia fascista, ormai da mesi arrese agli alleati (U.S.A., U.R.S.S., G.B.) e che ancora combatteva ad oltranza per una guerra mondiale ormai persa da tempo, per le truppe dell’asse “Roma-Berlino-Tokio”. Bombe che procurarono disintegrazione, morte e distruzione: quasi 200 mila morti all’istante e più di 300 mila nei successivi 5 anni, oltre alle devastanti radiazioni.
Ciò nonostante non ci si fermò qui: il 14 agosto successivo Tokio subisce il suo più pesante bombardamento aereo. Effettuato a tappeto, sempre da parte U.S.A., a mezzo di 1.045 aerei che rovesciarono sulla capitale nipponica ben 60 mila tonnellate di ordigni, di morte, in 14 ore di seguito, in contemporanea alla voce dell’imperatore Hirohito che, alla radio, stava annunciando la resa di tutto il “Sol Levante”. Azioni che fecero dire al presidente americano Truman: “Atti necessari per accorciare la guerra e salvare vite umane … “. Al contrario si espresse lo scienziato Albert Einstein: “Se fosse vissuto F.D. Roosevelt non le avrebbe mai lanciate solo e soltanto per il rispetto dell’umanità” (si ricorda che Roosevelt era morto il 12/4/1945).
Fatti questi di facciata, ma le verità erano ben altre e più profonde. Infatti esse erano state di già decise anni e mesi prima, in quegli incontri dei tre grandi Churchill, Roosevelt e poi Truman e Stalin, a Teheran (dal 28/11/43 al 1/12/43) a Yalta (dal 4/2/45 al 11/2/45) a Potsdam (dal 17/7/45 al 20/8/45) dove Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna stabiliscono come proseguire la guerra in Europa e in Oriente e di come stabilizzarsi politicamente dopo la fine della medesima.
Ebbene fra tutte le clausole l’Unione Sovietica ebbe il via libera, a tre mesi della stessa fine bellica in Europa, di poter dichiarare guerra al Giappone. Un conflitto di riscatto e di liberazione di quei territori: Port Arthur, la Manciuria, la Corea, che erano stati occupati militarmente o costituiti come protettorati sin dalle lontane guerre del 1904 e del 1931, dal Giappone imperiale di Hirohito. Territori restati da tempo sottomessi all’impero nipponico e che oggi richiedevano a Stalin l’intervento di liberazione. E tutto ciò non poteva non preoccupare Truman e gli U.S.A.: temendo infatti una grande espansione ad oriente dell’Unione Sovietica, che sicuramente, in breve tempo, avrebbe avuto ragione delle ultime resistenze dell’impero del Sol Levante. E per impressionare Stalin, nell’intento a farlo desistere dalla sua personale azione bellica, ma stabilita nei patti, quel 6 agosto si disintegrò Hiroshima. Ma Stalin, irremovibile, l’8 agosto del ’45 dichiarò guerra al Giappone, nel rispetto pieno dei tre mesi stabiliti: in Europa la Germania nazista il 9 maggio aveva firmato l’armistizio. Una guerra che si protrasse, nonostante Nagasaki e Tokio e facendo subire all’imperialismo nipponico, ormai distrutto, la dovuta ritirata dai territori che non erano certamente di competenza giapponese.
E si andò avanti nel conflitto sovietico-giapponese sino al 2 settembre del ’45 giorno in cui sulla corazzata americana  “Missouri” si firmò la resa incondizionata nipponica, lasciando agli stessi la sola richiesta di confermare il loro imperatore Hirohito sul trono. Resa che evidenziò la fine di un imperialismo, quello giapponese, sottoposto già in quella occasione a quello nascente e rafforzato americano, lì in persona del generale Mac Arthur; e di quella Unione Sovietica che, tramite i territori riacquisiti e liberati, riuscirà ad intessere i primi contatti con quel movimento cinese di Mao Tse-tung che stava iniziando le sue azioni rivoluzionarie e chiedeva certamente sostegno e supporto – Mario Ferzetti

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