Si è concluso Ju Buk Feminist Festival, "laboratorio di democrazia culturale"

Inserito nel programma di L'Aquila Capitale della Cultura, nasce dai piccoli borghi per parlare al Paese e all'Europa

- La Redazione

Si è concluso Ju Buk Feminist Festival, "laboratorio di democrazia culturale"

L'AQUILA - Dal Gargano all'Appennino, lungo la via della transumanza, passando per L’Aquila e chiudendo a Scanno,  migliaia di persone hanno scelto di rallentare, ascoltare e immaginare insieme il futuro. Il primo festival letterario femminista e antifascista d'Europa si conferma una delle esperienze culturali più innovative e necessarie del panorama italiano. Mentre il mondo continua a raccontarsi attraverso il linguaggio della guerra, delle disuguaglianze, dei muri e delle paure, c'è un luogo che ha scelto ostinatamente un altro vocabolario: quello della cultura, dell'ascolto, della libertà e della responsabilità collettiva.

Quel luogo, ancora una volta, è stato Ju Buk Feminist Festival. Per dieci giorni, tra il blu del Gargano e le montagne d'Abruzzo, lungo gli antichi tratturi della transumanza che per secoli hanno unito popoli, paesaggi e civiltà, migliaia di persone hanno attraversato un'esperienza che è andata ben oltre il calendario di una manifestazione culturale. Hanno costruito una comunità.

Si conclude così la VI edizione di Ju Buk Feminist Festival, il primo festival letterario femminista e antifascista d'Europa, inserito nel programma ufficiale de L'Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026: un riconoscimento che certifica la maturità di un progetto nato tra i piccoli borghi dell'Appennino e oggi capace di parlare al Paese e all'Europa, senza mai perdere il legame con i territori che lo hanno visto nascere.

Ju Buk non è soltanto un festival letterario. È un laboratorio permanente di democrazia culturale. Un osservatorio sul presente. Un presidio civile che sceglie di affrontare, attraverso i libri e il dialogo, le grandi questioni che attraversano il nostro tempo: le guerre che ridisegnano gli equilibri geopolitici, la crisi delle democrazie liberali, la violenza maschile contro le donne, le migrazioni, il lavoro, le nuove povertà, il capitalismo globale, la salute mentale, l'emergenza climatica, la libertà dell'informazione, i diritti civili e sociali. In un'epoca dominata dalla velocità degli algoritmi, dalla polarizzazione del dibattito pubblico e dalla semplificazione continua della realtà, Ju Buk ha scelto la strada più difficile: restituire complessità alle parole e tempo al pensiero.

Scrittrici, reporter di guerra, economiste, zoologhe, giornaliste, ricercatrici, attiviste, registi, artiste e docenti universitarie provenienti da diversi Paesi hanno dato vita a un mosaico di incontri capace di intrecciare letteratura, scienza, economia, geopolitica, diritti, filosofia, cinema e divulgazione. Sul palco del Festival si sono alternate alcune delle voci più autorevoli della cultura contemporanea: Lucy Cooke, Giulia Caminito, Monica Acito, Lucia Tancredi, Claudileia Lemes Dias, Marianna Aprile, Azzurra Rinaldi, Barbara Schiavulli, Antonella Napoli, insieme a decine di ospiti che hanno trasformato ogni appuntamento in un esercizio di cittadinanza democratica.

Particolarmente significativa anche l'apertura al linguaggio cinematografico con l'incontro dedicato a "De l'amour perdu", il cortometraggio di Lorenzo Quagliozzi, prodotto dal Premio Oscar Paolo Sorrentino, ulteriore conferma della vocazione interdisciplinare del Festival e della sua capacità di mettere in dialogo linguaggi, generazioni e forme diverse della narrazione contemporanea.

L'edizione 2026 resterà inoltre nella storia della manifestazione per un momento altamente simbolico: la presentazione ufficiale del Festival nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato della Repubblica, uno dei luoghi più rappresentativi delle istituzioni democratiche italiane. Un riconoscimento che testimonia il percorso compiuto da Ju Buk: da intuizione culturale nata tra i borghi della transumanza a progetto riconosciuto come patrimonio di interesse nazionale.

Scanno ha confermato la propria natura di luogo dell'anima, enclave culturale dove il paesaggio dialoga con la memoria, il costume femminile racconta secoli di storia e la montagna diventa spazio di riflessione. Peschici ha rafforzato il ponte ideale tra Adriatico e Appennino, ricordando come i tratturi non siano soltanto antiche vie pastorali, ma straordinarie metafore di incontro, contaminazione e costruzione di futuro.

I numeri raccontano una crescita costante: sale sempre esaurite, migliaia di presenze, un'importante partecipazione di giovani e studenti, un forte coinvolgimento del tessuto associativo, una vasta eco sui media nazionali e locali e un seguito digitale in continua espansione.

L’onorevole Stefania Pezzopane presente alla rassegna di autrici  fin dalla prima edizione ha dichiarato: “Ju buk Festival e’ unico e rappresentativo di una elevata cultura femminista che vuole cambiare il mondo. La collaborazione con il Premio internazionale intitolato a Laudomia Bonanni è uno scambio arricchente e prezioso. Gli eventi Ju Buk realizzati a L’Aquila hanno avuto un grande successo e presenze significative. Ringrazio Eleonora De Nardis per questa edizione speciale e bellissima. Alle autrici un plauso speciale, libri davvero bellissimi arricchiti dal dialogo con altre autrici eccellenti".

Ma il dato più importante non è statistico. È umano. Sono le relazioni nate davanti a un libro. Le discussioni proseguite nelle piazze dopo gli incontri. Le amicizie costruite tra persone arrivate da regioni diverse. Le domande che hanno continuato ad accompagnare il pubblico ben oltre la chiusura degli eventi. Perché Ju Buk non produce semplicemente appuntamenti culturali. Produce comunità: "Viviamo un tempo che sembra voler sostituire il pensiero con il rumore, la velocità alla profondità, l'indifferenza alla responsabilità. Ju Buk continua, ostinatamente, a scegliere la direzione opposta. Abbiamo visto donne e uomini attraversare centinaia di chilometri per sedersi gli uni accanto agli altri e condividere idee, emozioni, dubbi, speranze. Abbiamo visto ragazze e ragazzi chiedere strumenti per comprendere il presente, anziché slogan per semplificarlo. Abbiamo visto nascere dialoghi che continueranno ben oltre questi giorni. È questa la politica più alta che la cultura possa esercitare: creare cittadini e cittadine più liberi, più consapevoli, più capaci di immaginare il futuro. In un'epoca che costruisce muri, noi continueremo a costruire ponti. In un tempo che alimenta paure, continueremo a coltivare conoscenza. Perché ogni libro aperto è un confine che cade. Ogni dialogo autentico è un gesto di pace. Ogni comunità che nasce attorno alla cultura è una piccola rivoluzione democratica. Ed è da queste rivoluzioni silenziose che continua a nascere il futuro". Così la direttrice artistica Eleonora de Nardis Giansante, al termine di un'edizione destinata a rappresentare uno spartiacque nella storia della manifestazione. - Stefania Pezzopane -