Scuola, la riforma Valditara vista da una docente di Storia e Filosofia
Si tratta di Ernestina Di Felice, membro dell’ Assemblea Generale SPI CGIL di Teramo e Abruzzo-Molise
- La Redazione
TERAMO - La frenetica attività del Ministro Valditara si sta attualmente concentrando sulla Riforma della Scuola Media Superiore, dagli Istituti tecnici ai Licei.
La Riforma degli Istituti Tecnici, che prevede 4 anni di formazione (invece di 5) più 2 anni di post diploma, riduce alcune discipline culturali di base (italiano, storia, geografia, diritto ed economia, scienze, lingue straniere) a favore delle discipline tecnico-scientifiche e delle attività pratiche.
Punto centrale è il collegamento con le aziende, che intervengono direttamente nella scuola e collaborano con gli Istituti per delineare contenuti, competenze e percorsi formativi e possono definire -ma anche utilizzare- l’alternanza scuola-lavoro, che viene rafforzata e prevista sin dai primi anni del percorso, senza che però sia stata compiuta un’analisi critica delle discutibili esperienze passate.
Questo modello di scuola non è accettabile. Non svolge la funzione fondamentale della scuola pubblica, che deve mirare sempre alla crescita della persona e del cittadino consapevole e non può essere ridotta a un centro di addestramento subordinato alle esigenze delle aziende del territorio
La preparazione professionale deve essere sempre accompagnata da una adeguata preparazione di base, spendibile a lungo termine e in grado di consentire le necessarie riconversioni. La scuola tecnica deve assicurare maggiori, non minori contenti culturali, sviluppando capacità di analisi, di riflessione critica e di capacità non solo operative. Anche le eventuali esperienze aziendali devono essere formative, non produttive, come purtroppo spesso è accaduto.
Affermare poi, come fa il Ministro, che questa riforma determinerà automaticamente un inserimento più rapido e meglio remunerato nel mondo del lavoro è pura propaganda. Migliori e meglio retribuite offerte lavorative non nascono certo nella situazione in cui versiamo, caratterizzate da mancanza di politica industriale, rifiuto di assicurare persino il salario minimo, leggi che non riconoscono alcun valore e dignità al lavoro, condizioni lavorative che costringono persino ingegneri superspecializzati a emigrare massicciamente all’estero.
Il Ministro riveda sostanzialmente questa riforma. Non è con l’impoverimento culturale e l’asservimento della scuola tecnica alle aziende che si risolvono i problemi del lavoro delle giovani generazioni.
Quanto ai Licei, nelle “Nuove Indicazioni Nazionali” recentemente emanate, il Ministro prevede una revisione dei programmi di due discipline, sicuramente importanti per il loro potere formativo e per la loro capacità di contribuire alla costruzione del pensiero: la Storia e la Filosofia.
Tali revisioni sono gravi e per molti versi inquietanti.
Per quanto riguarda la Storia, il modello, incentrato sulla storia italiana in piena realtà globale, è del tutto fuori luogo e inaccettabile è l’idea, che prescinde dalle ricerche e conquiste storiografiche di un intero secolo, della storia come semplice successione di eventi e di azioni di protagonisti da presentare attraverso una “narrazione”. Senza alcuna riflessione epistemologica e storiografica, senza alcuna analisi del concetto di “fatto storico”, di “tempo”, di “fonte” di “causa”, dei legami tra i vari aspetti economici, sociali, politici, culturali, senza tener conto degli esiti della ricerca didattica contemporanea, viene proposta una visione di storia come disciplina descrittiva, semplice ricostruzione cronologica di eventi passati.
In questa semplificazione, la narrazione, pur utile per fare una sintesi chiara delle situazioni, smarrisce la complessità e finisce per proporre i risultati del lavoro dello storico non come frutto di operazioni concettuali che fanno riferimento a documenti e a metodi rigorosi, ma come “dati” selezionati in modo soggettivo e spesso ideologico. Così intesa, proposta unicamente come un susseguirsi di eventi, vicende, aneddoti, biografie, la storia è unicamente un racconto da ascoltare passivamente, senza alcuna analisi delle fonti né confronto con le interpretazioni storiografiche.
Viene imposto, in sostanza, un modello riduttivo, semplicistico e autoritario, una prospettiva ideologizzata e identitaria fuori dal tempo, che tralascia la storia economica, sociale e culturale dei popoli e impedisce ai giovani di giungere a una visione globale e alla comprensione critica del passato.
Quanto alla Filosofia, senza alcun dibattito, né dialogo con il mondo della cultura e della scuola e senza alcuna spiegazione, si preannuncia una serie di scelte sconsiderate e di incredibili e ingiustificati tagli dei programmi
Autori di notevole spessore, come Spinoza e Leibnitz vengono eliminati del tutto, come se il razionalismo moderno non fosse stato determinante per il cambiamento di mentalità, per lo sviluppo della logica, della matematica, della scienza e per il sorgere dell’Illuminismo. Filosofi politici moderni, come Hobbes, Locke, Rousseau, che, pur nel distacco dal passato e nel rinnovamento, hanno proposto visioni politiche completamente diverse, vengono considerati intercambiabili e, relativamente alla trattazione del loro pensiero, soggetti a scelte alternative. Vengono tagliati filosofi di notevole spessore dell’Idealismo tedesco a vantaggio della filosofia italiana dell’800 di ben diversa caratura. E, cosa davvero incredibile, viene delimitato l’insegnamento della filosofia di Kant, il cui pensiero ha un enorme valore educativo, essendo lo snodo fondamentale della filosofia moderna, determinante nei vari ambiti culturali, nella scienza, nella storia, nel diritto, nell’etica, nell’educazione.
Viene epurato Marx. Per Valditara si può fare a meno della conoscenza del pensiero di Marx e della sua incidenza nelle realtà dall’ 800 sino ad oggi. Analisi della società industriale, del lavoro, dell’alienazione umana, del rapporto tra economia e potere, analisi della storia, influsso sulla sociologia, sulla politica, sul movimento operaio: tutti temi da mandare al macero, da non far conoscere! Stessa fine, ovviamente, si prevede per Gramsci, per il suo contributo originale su potere, cultura, egemonia, consenso, educazione e nulla conta il fatto che Gramsci goda di grande apprezzamento in tutto il mondo.
Nelle Indicazioni vengono infine indicati generici temi da dibattere che, sganciati da qualsiasi legame storico e culturale, si prevede si possano risolvere in inutili stucchevoli chiacchiericci.
In conclusione, vorrei dire al Ministro Valditara:
L’intento di portare avanti una “rivoluzione del buon senso”, come recita il titolo del suo libro presentato alcuni giorni fa anche a Teramo a un pubblico plaudente forse invitato all’uopo, non è una rivoluzione. E’ una Restaurazione, che ha un inconsistente sostrato culturale e un modello di riferimento già da tempo rifiutato dalla storia: quello degli anni ’30.
Quanto al “buon senso”, il Ministro ricordi che è condizione necessaria ma non sufficiente per governare e che in ogni caso non è di sua esclusiva proprietà.
Spero che conduca una riflessione prima di varare definitivamente queste indicazioni. Magari con l’ausilio di qualche mente illuminata, anche se è difficile individuarla nel consesso del suo governo - Ernestina Di Felice, già docente di Storia e Filosofia nel Licei, membro dell’ Assemblea Generale SPI CGIL di Teramo e Abruzzo-Molise -