Oggi Ranucci, domani chiunque

Manola Di Pasquale: "Non bisogna essere d’accordo con Sigfrido Ranucci per difendere Sigfrido Ranucci"

- Walter Cori

Oggi Ranucci, domani chiunque

TERAMO - Non bisogna essere d’accordo con Sigfrido Ranucci per difendere Sigfrido Ranucci.
Anzi, è proprio questo il punto.
Si possono contestare le sue inchieste, criticarne il metodo, dissentire dalle conclusioni di Report. In democrazia è legittimo e persino salutare. Ma quando un giornalista del servizio pubblico diventa scomodo al potere politico e, contemporaneamente, la sua permanenza alla guida di un programma viene messa in discussione, il problema smette di riguardare quel giornalista.
Riguarda tutti noi.

Il cambio alla guida di Report, ufficializzato dalla Rai venerdì 28 agosto dopo giorni di riunioni e discussioni sulla “ricollocazione” di Ranucci, apre per questo una questione che va ben oltre il destino professionale di un conduttore.
Ranucci parla di una decisione con “una chiara matrice politica”. Il suo avvocato Roberto De Vita arriva a denunciare una “damnatio in vita” e un accanimento che dovrebbe inquietare.

Sono valutazioni di parte e come tali vanno considerate. Ma esiste una domanda alla quale la politica non può sottrarsi: perché, nel servizio pubblico italiano, è ancora possibile sospettare che la sorte professionale di un giornalista dipenda dalle inchieste che conduce e dal governo che quelle inchieste possono mettere in difficoltà?

È questa la vera anomalia.

E non nasce oggi.

Da cinquant’anni la politica italiana promette di liberare la Rai dalla politica. E da cinquant’anni, con governi di ogni colore, la politica continua a scegliere una parte decisiva dei suoi vertici.

Abbiamo persino inventato una parola per descrivere questo sistema: lottizzazione.

La riforma del 1975 avrebbe dovuto garantire il pluralismo trasferendo il controllo della Rai dal Governo al Parlamento. Nel tempo abbiamo visto invece reti, testate, direzioni e incarichi entrare nel grande equilibrio delle appartenenze politiche.

La riforma del 2015 ha cambiato la governance, non il problema.

Perché finché la maggioranza politica avrà un peso determinante nella scelta di chi governa il servizio pubblico, resterà inevitabilmente il sospetto che quella stessa politica possa condizionarne le scelte.

E per condizionare l’informazione non serve necessariamente una telefonata da Palazzo Chigi.

Esiste un condizionamento più sottile e forse persino più pericoloso.

È quello di chi sa da chi dipende la propria nomina. Di chi comprende quali inchieste creano problemi. Di chi intuisce quale ospite sarebbe meglio non invitare, quale titolo sarebbe opportuno ammorbidire, quale giornalista è diventato troppo ingombrante.

A quel punto la censura non ha nemmeno bisogno di arrivare.

La precede l’autocensura.

Per questo oggi difendere le garanzie di Ranucci significa difendere anche il giornalista che domani potrebbe indagare su un governo di centrosinistra.
La libertà di stampa è una cosa seria proprio perché non può cambiare insieme alle maggioranze.
Non possiamo scoprire il valore dell’autonomia della Rai quando siamo all’opposizione e dimenticarcene appena torniamo al governo.
Lo ha fatto la destra. Lo ha fatto la sinistra. È tempo di interrompere questa ipocrisia nazionale.

L’Europa, del resto, ci offre l’occasione per farlo.
L’European Media Freedom Act pone il tema dell’indipendenza effettiva dei media di servizio pubblico, della trasparenza delle nomine e della protezione delle redazioni dalle interferenze politiche ed economiche.
L’Italia dovrebbe cogliere questa occasione non per fare il minimo indispensabile richiesto da Bruxelles, ma per compiere finalmente la riforma che la politica non ha mai avuto il coraggio di fare: togliere la Rai dalla disponibilità dei partiti, compreso il nostro.

Perché è troppo facile chiedere una Rai indipendente quando a nominarne i vertici sono gli altri.
La prova di credibilità arriva quando si è disposti a rinunciare al proprio potere di nomina.
Servono vertici scelti attraverso procedure realmente indipendenti e trasparenti. Servono competenza e autonomia al posto dell’appartenenza. E servono garanzie editoriali capaci di impedire che un giornalista possa essere premiato, punito o “ricollocato” perché un’inchiesta ha disturbato qualcuno.

Non sarebbe una riforma per Ranucci.
Sarebbe una riforma per la Rai.
E soprattutto sarebbe una riforma per i cittadini, che finanziano il servizio pubblico e hanno il diritto di ricevere informazione senza domandarsi quale partito abbia indicato il direttore, quale maggioranza abbia scelto il presidente o quale governo sia infastidito da un’inchiesta.

Il caso Ranucci, allora, può diventare qualcosa di più di un’altra polemica destinata a consumarsi in pochi giorni.
Può diventare una prova per tutti.
Per il Governo, che può dimostrare di non temere un’informazione scomoda.
Per l’opposizione, che deve avere il coraggio di chiedere regole che limiteranno anche il suo potere quando tornerà a governare.

E per noi del Partito Democratico, che dovremmo dirlo senza ambiguità: la Rai che vogliamo non deve essere la Rai della sinistra al posto della Rai della destra. Deve smettere di essere la Rai di qualcuno.
Oggi il nome è Sigfrido Ranucci.
Domani potrebbe essere quello di un giornalista che non ci piace affatto.

È proprio quel giorno che capiremo se credevamo davvero nella libertà di stampa.

Perché la libertà che vale soltanto per chi la pensa come noi non è libertà.
E’ appartenenza - Manola Di Pasquale -