No al collegio unico di Marsilio e allo Stabilicum di Meloni

Netta la posizione del PD di Teramo nella nota del segretario provinciale Verrocchio

- Walter Cori

No al collegio unico di Marsilio e allo Stabilicum di Meloni

TERAMO - Oggi il quotidiano Il Centro dedica la prima pagina al "vertice per cambiare le regole" sulla legge elettorale regionale.

L'assessore D'Amario annuncia senza imbarazzo che la riforma sarà approvata anche senza i voti delle minoranze. Sono parole di una gravità istituzionale inaudita, che fotografano con brutale chiarezza la qualità democratica di chi governa l'Abruzzo.
​Lo diciamo con nettezza: queste riforme non nascono da un interesse per il Paese, ma dall'esigenza di chi le propone di piegare le regole per restare al potere. Non è una lettura di parte, è la realtà dei fatti.
​Marsilio e Meloni appartengono allo stesso partito ed entrambi propongono riforme che, non casualmente, avvantaggiano la propria coalizione.
In Abruzzo, Marsilio introduce il collegio unico regionale sostenendo di voler "superare i campanili". In realtà vuole togliere la rappresentanza ai campanili, che è una cosa profondamente diversa. Cancellare i collegi provinciali significa privare le aree interne — meno dense di popolazione — di qualsiasi voce in Consiglio. Significa riservare la competizione politica solo a chi può permettersi campagne elettorali su 305 comuni. In sintesi: regalare un vantaggio enorme a chi è già in carica e può permettersi di girare l'Abruzzo intero con anni di anticipo. Una disparità costruita ad arte.
​Mentre si discute di collegi, arriva un'altra notizia che non lascia spazio a interpretazioni: Meloni firma il decreto che taglia numerosi comuni montani in Abruzzo e nella provincia di Teramo, privandoli di risorse fondamentali per sanità, famiglie e scuole. Da un lato si svuota la rappresentanza territoriale, dall'altro si tagliano i fondi. Non sono due notizie separate, ma le due facce della stessa strategia: prima ti tolgono la voce, poi ti tolgono i soldi.
A questo si aggiunge la questione della tripla preferenza: presentata come una conquista di parità, è in realtà concepita nei fatti per ostacolare la vera rappresentanza femminile. L'ennesima foglia di fico.
​Sul piano nazionale il quadro non è migliore. Lo Stabilicum — approdato in Aula alla Camera il 26 giugno — mantiene le liste bloccate: i candidati continueranno a sceglierli le segreterie di partito, non i cittadini. Il premio di maggioranza previsto non ha nulla a che fare con la "stabilità" invocata come giustificazione; è piuttosto un meccanismo per costruire una maggioranza parlamentare abnorme, capace di silenziare le minoranze e di eleggersi autonomamente il Presidente della Repubblica, figura di garanzia che la Costituzione ha voluto sottrarre alla disponibilità di una sola fazione.
Non stanno riformando la legge elettorale, stanno costruendo un sistema di potere. E non possiamo ignorare che questo avviene mentre nella coalizione di governo siedono forze che con la Costituzione repubblicana hanno un rapporto storicamente travagliato.
​Sul voto dei fuori sede, intanto, cala il silenzio assoluto.
Secondo lo studio commissionato dal governo Draghi nel 2022, ci sono 4,3 milioni di lavoratori e 591mila studenti lontani dalla propria residenza: il 10% del corpo elettorale italiano oggi è condannato all'astensionismo involontario. Nel resto d'Europa il problema è risolto da decenni: la Germania ha il voto per corrispondenza dal 1957; la Spagna lo garantisce gratuitamente per ogni elezione; Francia e Belgio prevedono il voto per procura; l'Estonia vota online. Nel 2018 l'Italia era tra i soli quattro Stati UE (insieme a Malta, Cipro e Portogallo) a non offrire alcuna alternativa al voto fisico nel comune di residenza, ma nel 2023 persino il Portogallo ha risolto il problema.
Negli Stati Uniti, dal 1997, votano perfino gli astronauti in orbita. In Italia, nel 2026, un lavoratore fuori sede non può ancora farlo. Non è una dimenticanza: è una scelta politica.
​Se si vogliono davvero avvicinare i cittadini alle istituzioni bastano due riforme concrete:
​Reintrodurre le preferenze, per restituire agli elettori il potere di scegliere da chi farsi rappresentare.
​Garantire il voto ai fuori sede, oggi trattati come cittadini di serie B.
​Ogni anno, il giorno dopo le elezioni, il coro della politica è unanime: "Preoccupa l'astensionismo". Poi si torna nei palazzi e si cambiano le regole solo per blindare la propria rielezione. I cittadini questo lo capiscono perfettamente, ed è esattamente per questo che smettono di votare.
​Le regole della democrazia non appartengono a chi governa. Appartengono a tutti - Il Segretario provinciale del Partito Democratico di Teramo Robert Verrocchio -