Marroni: "Negare il femminicidio significa negare una realtà culturale e sociale"

Chieda scusa il Vannacci alla memoria delle donne vittime di femminicidio e ai loro figli e parenti.

- La Redazione

Marroni: "Negare il femminicidio significa negare una realtà culturale e sociale"

TERAMO - Le affermazioni dell'europarlamentare Roberto Vannacci, secondo cui «il femminicidio non esiste», impongono una riflessione seria e documentata, lontana dalle semplificazioni e dalle contrapposizioni ideologiche. Il dibattito pubblico, soprattutto quando riguarda temi che toccano la dignità umana e la vita delle persone, richiede rigore culturale, responsabilità civile e rispetto per i fatti.
Il termine femminicidio non nasce per attribuire maggiore valore alla morte di una donna rispetto a quella di un uomo, ma per descrivere una specifica forma di violenza che trova le sue radici in rapporti di dominio, possesso e negazione dell'autonomia femminile. Si tratta di una categoria interpretativa utilizzata in ambito sociologico, giuridico e criminologico a livello internazionale per comprendere un fenomeno che presenta caratteristiche proprie.
La cultura occidentale ha impiegato secoli per riconoscere pienamente la soggettività delle donne. Dall'Antigone di Sofocle, simbolo della coscienza che si oppone all'arbitrio del potere, fino alle riflessioni di Mary Wollstonecraft, Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, il cammino verso il riconoscimento della libertà femminile è stato lungo e complesso. Ogni conquista di diritti è passata attraverso una trasformazione del linguaggio e della coscienza collettiva.
Non è casuale che il filosofo Ludwig Wittgenstein affermasse che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Dare un nome a un fenomeno significa renderlo visibile, analizzabile e affrontabile. Per questo la parola femminicidio rappresenta uno strumento di conoscenza prima ancora che una definizione giuridica.
Anche la letteratura italiana ha saputo raccontare, spesso con straordinaria lucidità, la condizione femminile all'interno di strutture sociali oppressive. Da Verga a Pirandello, da Elsa Morante a Natalia Ginzburg, emergono figure di donne costrette a confrontarsi con ruoli imposti e con una libertà spesso negata. La cultura non ha mai smesso di interrogarsi sulle forme, talvolta sottili e talvolta tragiche, della subordinazione femminile.
Negare il femminicidio significa ignorare questa lunga elaborazione culturale e scientifica. Significa ridurre a un fatto individuale ciò che, in molti casi, presenta dinamiche ricorrenti riconosciute dagli studiosi: il rifiuto dell'autodeterminazione della donna, la difficoltà di accettarne la libertà, la trasformazione dell'amore in possesso.
Come ricordava Albert Camus, «dare un nome giusto alle cose significa diminuire l'infelicità del mondo». Le parole non risolvono da sole i problemi, ma costituiscono il primo passo per comprenderli. Cancellare una parola non cancella la realtà che essa descrive.
Una società democratica e culturalmente avanzata non dovrebbe interrogarsi sull'opportunità di nominare il fenomeno, ma su come prevenirlo attraverso l'educazione, la cultura del rispetto, il sostegno alle vittime e la promozione di relazioni fondate sulla reciprocità e sulla libertà.
Il femminicidio non è uno slogan. È una parola che racconta una realtà dolorosa. E le società che vogliono progredire non temono la verità dei nomi: la affrontano con coraggio, conoscenza e responsabilità.
Chieda scusa il Vannacci alla memoria delle donne vittime di femminicidio e ai loro figli e parenti. 


Maria Cristina Marroni 
Consigliere comunale di Teramo