Manodopera agricola, in Abruzzo è emergenza strutturale
CIA: +102,3% di stranieri negli ultimi 8 anni. Servono controlli contro il lavoro sommerso e il caporalato, formazione e integrazione territoriale
2026-02-24T11:34:00+01:00 - La Redazione
PESCARA - In Abruzzo intere campagne di raccolta rischiano di saltare non per mancanza di prodotto, ma per assenza di manodopera disponibile e stabile. Un problema che sta colpendo sempre più aziende agricole e che non può più essere considerato un’emergenza temporanea, ma una criticità strutturale del sistema agricolo regionale. I dati nazionali confermano con chiarezza la dimensione del fenomeno. Secondo l’Ufficio Studi CGIA, l’agricoltura è oggi il settore con la più alta incidenza di lavoratori stranieri in Italia: nel 2025 il 42,9% delle nuove assunzioni agricole riguarda manodopera non italiana, quasi un lavoratore su due. In termini assoluti, si tratta di oltre 184.000 ingressi nel comparto agricolo, a dimostrazione di una dipendenza ormai strutturale del settore da questa forza lavoro.
Anche l’Abruzzo è pienamente coinvolto in questa dinamica. Tra il 2017 e il 2025 le assunzioni di lavoratori stranieri in regione sono aumentate del 102,3%, passando da 11.810 a 23.890 ingressi annui. Nel solo 2025, i lavoratori stranieri rappresentano il 19,3% delle nuove assunzioni complessive regionali, un dato che evidenzia come la carenza di manodopera locale stia diventando sempre più evidente anche nel nostro territorio.
“Ci troviamo in una situazione paradossale - denuncia Nicola Sichetti, Presidente CIA Abruzzo -. Le imprese sono pronte ad assumere regolarmente, ma i lavoratori, spesso selezionati attraverso canali ufficiali, si presentano e poi abbandonano il lavoro dopo appena un giorno. Questo provoca ritardi nella raccolta, perdite di prodotto e un incremento dei costi a carico delle aziende, che restano senza alternative operative immediate”.
Il problema non è solo quantitativo ma anche organizzativo. I dati CGIA mostrano che oltre 105.000 lavoratori stranieri impiegati in Italia sono classificati come personale non qualificato in agricoltura e manutenzione del verde, una delle professioni più richieste in assoluto nel 2025. Questo conferma come il lavoro agricolo venga spesso scelto senza una reale consapevolezza delle condizioni operative, con il risultato di un alto tasso di abbandono nei primi giorni.
Per CIA Abruzzo è quindi necessario un cambio di passo. In primo luogo, attivare percorsi di formazione brevi ma concreti, capaci di preparare realmente i lavoratori alle condizioni del lavoro nei campi e, allo stesso tempo, di aiutare le aziende a selezionare persone realmente motivate, riducendo drasticamente il fenomeno degli abbandoni immediati.
Accanto alla formazione, è indispensabile sostenere le aziende che operano nella legalità. In un settore in cui quasi la metà della forza lavoro è straniera, agevolazioni fiscali e contributive per chi assume regolarmente diventano uno strumento essenziale per alleggerire i costi e rendere il lavoro regolare più competitivo rispetto a forme di impiego irregolari.
Un altro nodo centrale riguarda l’integrazione tra sistema produttivo e territorio. “Serve una collaborazione strutturata - sottolinea CIA Abruzzo - tra centri per l’impiego, amministrazioni comunali, enti del terzo settore e cooperative che gestiscono i flussi migratori. I lavoratori stranieri sono una componente stabile del mercato del lavoro: accompagnarli verso percorsi di lavoro legale, sicuro e qualificato è una necessità economica, non solo sociale”.
Infine, CIA Abruzzo ribadisce l’urgenza di rafforzare i controlli contro il lavoro sommerso e il caporalato, fenomeni che alterano la concorrenza e penalizzano le imprese sane. Solo garantendo legalità e sicurezza sarà possibile rendere il lavoro agricolo più attrattivo, stabile e dignitoso.
“La risposta - conclude CIA Abruzzo - non può limitarsi a denunciare la mancanza di braccia. I numeri parlano chiaro: l’agricoltura italiana e abruzzese vive già oggi di manodopera straniera. Servono strumenti adeguati, regole chiare e un sistema che valorizzi chi vuole lavorare con dignità e chi offre lavoro in modo trasparente. Senza interventi strutturali, il rischio è quello di compromettere la tenuta economica dell’agricoltura regionale”.