G8 di Genova, Cgil: dopo 25 anni un mondo diverso è ancora possibile
Il ricordo di due militanti del sindacato: la rabbia, la paura e la necessità di esserci per temi ancora oggi attuali
- La Redazione
TERAMO - “Alzo le braccia contro la guerra e l’olocausto palestinese, contro l’impresa del malaffare che ora governa nel mio Paese” sono i versi di una canzone scritta dopo una manifestazione. I temi potrebbero essere quelli delle tante manifestazioni del 2026 invece la canzone ha 25 anni ed è stata scritta subito dopo il G8 di Genova. Era la sera del 20 luglio 2001, la notizia che Carlo Giuliano fosse stato ucciso era già arrivata, eppure con le compagne e compagni dalle tante anime diverse del movimento “no global” della provincia di Teramo si aspettava il treno dalla stazione di Giulianova con l’entusiasmo di chi era convinto che avrebbe partecipato ad un miscuglio collettivo di idee che volevano migliorare il mondo.
In ognuno di noi albergavano plurimi sentimenti contrastanti: entusiasmo da un lato, forte preoccupazioni dall'altro. Era morto un compagno, bisognava andare. La destinazione era Genova, la mobilitazione contro gli 8 “grandi” (i potenti del mondo) blindati nel loro bunker vedeva la sintesi nello slogan “Voi g8, noi 6 miliardi”. Si era tutte e tutti consapevoli che si sarebbe partecipato ad una manifestazione che poteva realmente avere un significato storico, ma non si poteva immaginare che quelle giornate sarebbero passate alla storia per i fatti di cronaca, le violenze, la “più grande sospensione dei diritti umani dalla seconda guerra mondiale”, come la definì Amnesty International.
Mirco in un pezzo di corteo, Mauro in un altro. Stessa voglia di cambiare il mondo, stessi lacrimogeni che offuscavano il respiro, stesse sensazioni di doversi difendere senza aver commesso alcun torto, stesse estenuanti fughe perché il bellissimo corteo colorato veniva continuamente spezzato da cariche che volevano rompere la bellezza delle idee.
Portavamo i colori di uguaglianza, pace e solidarietà, abbiamo incontrato i colori del sangue sui volti di tanti compagni inermi e del nero dei black block a cui veniva permesso tutto. Pensavamo di manifestare contro un potere attraverso le modalità di uno Stato a noi conosciuto, ci siamo ritrovati a manifestare contro un ordine preciso di un "non-stato" La storia pensavamo di farla perché eravamo dalla parte giusta della storia: nel 2001 c’erano tutti i segnali che un altro mondo fosse necessario e per questo possibile.
Con l’idea di un mondo diverso, con l’entusiasmo di chi ha tra i 16 e i 17 anni, con la certezza di una lotta che credevamo sarebbe stata gioiosa, arrivava dopo una notte su vagoni scomodi e mal organizzati, alla stazione di Quarto (a 10 km da Genova) e da lì fu sufficiente fare poche centinaia di metri di corteo per capire che di una festa non si sarebbe trattato. Arrivarono le prime cariche della polizia e una pioggia di lacrimogeni, quelli di due tipi prodotti per l’occasione: alcuni impedivano il respiro, altri bruciavano il viso, le braccia, le gambe.
E il caldo di Genova, di una Genova che sembrava una città lunare perché svuotata dei propri abitanti e con tutte le attività chiuse, si fece irrespirabile e di fuoco. Il corteo finì lì, si cercava di recuperare compagne e compagni persi durante le cariche della polizia, ci si rifugiava nei portoni aperti o in ripari di fortuna. E ci si provava a difendere “alzando le braccia”. Ma fu un’illusione.
A tratti cercavamo ripari nei presidi sanitari della Croce Rossa pensando non potesse mai succedere nulla, nemmeno in quei luoghi si era sicuri: dopo qualche minuto fummo caricati insieme a infermieri e medici della Croce Rossa. Credevamo che le braccia alzate bastassero per difenderci: dimostravano che eravamo “armati” solo di magliette e slogan, che non aveva senso di diventare obiettivo delle manganellate. Ma fu appunto un’illusione: le nostre braccia furono l’obiettivo preferito della violenza cieca di chi, nascosto dietro scudi e caschi con i tanti simboli delle forze dell’ordine, aveva deciso che avrebbe dovuto annientarci. In quei momenti non sapevamo se rispondessero ad ordini precisi o sfogassero le proprie frustrazioni individuali, non era ancora il tempo delle grandi inchieste sulle catene di comando, sapevamo solo che dovevamo trovare il modo di proteggerci. Passare dalla voglia di manifestare per gridare a voce gioiosa di voler cambiare il mondo a urla di terrore e di fughe fu un attimo.
Dopo ore tornammo in stazione, facendo la conta di chi c’era, con lo straniamento, la rabbia, l’indignazione, la delusione e l’amarezza per quello che ci avevano fatto. Nel 2001 c'erano pochi telefonini e malfunzionanti, ma fortunatamente riuscimmo a ritrovare tutti coloro che partirono con noi dalla stazione di Giulianova. Era il 2001, non era ancora il tempo dei social, ma la globalizzazione in mano ai capitalisti aveva già iniziato a permeare e a falcidiare le uguaglianze e le giustizie sociali dei popoli. Braccia spaccate, teste rotte, lividi, intossicazioni da lacrimogeni erano le ferite fisiche con cui tornavamo a casa. Dopo scoprimmo che c’erano donne e uomini della nostra stessa piazza a cui era andata molto peggio: dai fermati alla caserma di Bolzaneto alle vittime della finta perquisizione alla scuola Diaz. Ci fu tempo per elaborare ciò che successe a Genova, ma già dalla manifestazione partecipatissima di Teramo nei giorni successivi dove c'erano anche tantissime persone che a Genova non c’erano state, ci accorgemmo di ciò che Genova significava.
Perché a Genova era giusto esserci. Perché quei temi che dai livelli locali a quelli internazionali erano le parole d’ordine di quella mobilitazione, si sono rivelati nel tempo ancor più giusti ed urgenti. Perché Carlo era morto e la democrazia in quei giorni era morta e in qualche modo bisognava difenderli. A distanza di 25 anni forse per il popolo che voleva un mondo migliore la sconfitta è stata ancora più pesante: il movimento di Genova sfaldato ha significato un lungo e inesorabile declino valoriale che con tanta fatica si prova a ricucire. Lo striscione teramano contro il terzo traforo del Gran Sasso, ne è uno dei tanti esempi: una natura piegata a logiche economiche ed industriali che andava e va difesa. Così come il tema della demilitarizzazione che nel 2001 sembrava quasi superato ma che nel 2026 invece scopriamo in tutta la sua urgenza.
Si era piazza contro tutte le guerre, per la dignità e la difesa del popolo palestinese e di tutti i popoli che provavano a costruire autodeterminazione e solidarietà, da quello curdo a quello del Chiapas messicano, al popolo Mapuche. Si era in piazza per i diritti, per una sanità universale e gratuita che superasse gli interessi delle multinazionali e diventasse reale diritto accessibile di tutte e tutti: con il Covid che 20 anni dopo ci ha fatto capire quanto questo fosse importante. Si era in piazza per il lavoro: per un lavoro che da un lato rappresentasse emancipazione e diritti e dall’altro costruisse un futuro ed una società sostenibile, inclusiva e rispettosa di ambiente ed ecosistemi. Guerra, pace, grandi opere inutili e dannose, sanità, istruzione, diritto ad un lavoro stabile e sicuro, ambiente, giustizia sociale: era il 2001, ma è anche il 2026.
Sono passati 25 anni. Siamo cresciuti, la società è cambiata, ma le ragioni che ci portarono a Genova continuano a vivere nelle battaglie di ogni giorno. Dalle piazze per la pace e per la Palestina, contro il riarmo, alle vertenze contro la precarietà, lo sfruttamento e gli infortuni sul lavoro, fino alla difesa dei diritti sociali e della dignità delle persone, quei temi restano drammaticamente attuali. Le ferite di Genova, i lacrimogeni, la vita di Carlo Giuliani sono ancora tremendamente lí, sul ciglio di un marciapiede in una piazza aspettando il treno del ritorno a casa e di tutte le nostre coscienze che ancora gridano: NON È "STATO" GIUSTO! Per Carlo, per Genova, per le vite di tutte e tutti noi: "un altro mondo è possibile, ancora". - Mauro Pettinaro e Mirco D’Ignazio CGIL Teramo -
(foto di repertorio riferita ad altro corteo)