Flat tax, il fisco che premia chi resta piccolo e non chi crea lavoro
L'analisi di Manola Di Pasquale: una riforma fiscale deve essere uno strumento di equità, non di divisione
- La Redazione
TERAMO - Sono una libera professionista, titolare di partita IVA. Ogni anno, come tanti professionisti italiani, faccio i conti con una pressione fiscale e contributiva che incide pesantemente sul reddito prodotto. Alle imposte si aggiungono i contributi obbligatori alla Cassa di previdenza, le spese di gestione dello studio, gli aggiornamenti professionali e tutti quei costi indispensabili per esercitare la professione. Alla fine, tra tasse, contributi e costi di esercizio, oltre il 50% di quanto prodotto può essere assorbito. Una situazione che conosco direttamente e che rende evidente la necessità di rivedere il sistema fiscale italiano.
Per questo comprendo il consenso che può raccogliere la flat tax, sostenuta dal Governo Meloni come risposta alla pressione fiscale sul lavoro autonomo. Chi paga molte tasse non può che guardare con interesse alla prospettiva di pagarne meno. Ma siamo sicuri che la flat tax rappresenti la soluzione?
Il regime forfettario, con un’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per alcune nuove attività, offre certamente vantaggi a molti lavoratori autonomi. Tuttavia, presenta contraddizioni che meritano una riflessione. Innanzitutto, non consente di dedurre analiticamente le spese effettivamente sostenute, perché il reddito imponibile viene calcolato applicando un coefficiente di redditività prestabilito. Questo sistema può favorire chi ha costi contenuti, ma non necessariamente chi investe per sviluppare la propria attività, migliorare i servizi o organizzare uno studio professionale più strutturato.
Esiste poi il problema dell’occupazione. Il regime forfettario non vieta di assumere dipendenti, ma pone limiti alle spese per il personale. E allora perché un sistema fiscale dovrebbe risultare più conveniente per chi rimane piccolo rispetto a chi decide di crescere, assumere giovani e creare lavoro regolare? Anche il limite di fatturato può diventare un ostacolo: avvicinarsi alla soglia di uscita dal regime agevolato può scoraggiare l’acquisizione di nuovi incarichi e l’espansione dell’attività.
Non possiamo ignorare, inoltre, il rapporto tra fiscalità ed economia sommersa. Se le spese effettive non incidono sul reddito imponibile, viene meno uno degli incentivi fiscali a documentare i costi sostenuti. Non significa che il regime forfettario produca automaticamente evasione, ma è un aspetto che merita attenzione, soprattutto rispetto al rischio di lavoro irregolare e prestazioni non dichiarate. Il problema, dunque, non è soltanto quanto si paga, ma quale modello di sviluppo il sistema fiscale intende favorire.
C’è poi una questione di equità. Lavoratori dipendenti, pensionati, professionisti in regime ordinario e contribuenti forfettari possono essere assoggettati a trattamenti fiscali molto differenti, anche in presenza di redditi comparabili. È qui che occorre tornare alla nostra Costituzione. L’articolo 53 stabilisce che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività. La progressività non significa penalizzare chi guadagna di più, ma distribuire equamente il carico fiscale, garantendo le risorse necessarie per finanziare sanità, istruzione, servizi pubblici e diritti sociali.
La vera riforma dovrebbe quindi riguardare l’intero sistema fiscale, riducendo la pressione sul lavoro, riconoscendo adeguatamente i costi delle attività produttive, incentivando gli investimenti e rendendo conveniente assumere personale e creare occupazione regolare. Occorre un sistema che premi chi investe, chi cresce, chi rispetta le regole e chi contribuisce allo sviluppo economico e sociale del Paese. Non possiamo continuare a contrapporre lavoratori autonomi e dipendenti, piccoli imprenditori e professionisti, contribuenti ordinari e forfettari. La fiscalità deve essere uno strumento di equità, non di divisione.
Da libera professionista, pagare meno tasse sarebbe certamente un vantaggio. Ma da cittadina ritengo che il beneficio individuale non possa essere l’unico criterio con cui valutare una riforma fiscale. La flat tax può rappresentare un sollievo per alcuni contribuenti, ma non può sostituire una riforma complessiva ispirata ai principi costituzionali di progressività, capacità contributiva e solidarietà.
Perché un sistema fiscale giusto non è semplicemente quello che fa pagare meno tasse. È quello che distribuisce equamente il carico fiscale, sostiene chi lavora, premia chi crea occupazione e garantisce i diritti di tutti. - Manola Di Pasquale -