D'Alfonso: La chirurgia romana divide l’Abruzzo della montagna

La riclassificazione dei Comuni montani è "un orrore amministrativo, il decreto deve essere bocciato, cancellato e riscritto"

2026-02-07T11:40:00+01:00 - La Redazione

D'Alfonso: La chirurgia romana divide l’Abruzzo della montagna

PESCARA - La chirurgia romana divide e penalizza l’Abruzzo della montagna, con il placet della Regione Abruzzo: aver portato da 50 a 26 i Comuni montani esclusi dalla Legge n.131/2025 sulla Montagna non può e non dev’essere motivo di soddisfazione e di magnum gaudio del Governo regionale di centrodestra, che plaude addirittura del contentino ottenuto dai suoi alleati. Quella esclusione significa che 26 comuni avranno problemi enormi nella gestione del proprio territorio, significa che Roccamontepiano o Castiglione Messer Raimondo non avranno fondi per comprare uno spazzaneve in aree in cui la neve supera i 2 metri di altezza; significa che Penne, gravemente danneggiata prima dal terremoto, poi dalla nevicata disastrosa del 2017,  non avrà somme da investire per uno scuolabus.

Significa che nella città ducale di Atri continuerà lo spopolamento in atto e le giovani coppie decideranno di trasferirsi sulla costa; significa che paesi come Castilenti, Monteodorisio, Montefino, Turrivalignani, si desertificheranno, chiuderanno le scuole, spariranno le piccole botteghe artigiane, se ne andranno uffici postali e bancari. Significa che stiamo cancellando le tradizioni e le radici dell’Abruzzo. Hai voglia poi a organizzare festival medievali o festival della Transumanza in borghi vuoti, a stampare brochure e shooting fotografici a vantaggio di agenzie che ingrassano mentre i sindaci vedono sparire le proprie comunità.

Non può essere una linea altimetrica, tirata con il righello su una mappa geografica, a decidere se un comune sia montano o meno, non può essere la collocazione del palazzo del Municipio a dire se quel paese abbia o meno le caratteristiche della montagna. Un’operazione del genere dev’essere dettata dal buon senso, dalla conoscenza, dalla consapevolezza di quelle che sono le effettive esigenze delle aree interne che hanno bisogno di collegamenti ottimali, di risorse e di servizi per la collettività. Per quei 26 Comuni montani, così come per quelli ricompresi nella definizione, quei 200milioni di euro l’anno rappresentano non un orpello per organizzare festicciole di piazza, ma sono irrinunciabili per organizzare la vita quotidiana.

Ancora oggi quel decreto, rivisto con l’inspiegabile gioia dell’assessore regionale delegato, racconta una colpevole irresponsabilità che dimentica la definizione stessa di ‘area montana’: territorio prevalentemente montuoso che comprende montagne, valli e altipiani situati ad alta quota, caratterizzato da un ambiente naturale specifico, da un clima più rigido, da una vegetazione e da attività umane adattate alle condizioni di altitudine e di pendenza. Ripartendo da tale consapevolezza, come può l’estensore di un decreto pensare che comuni come Penne o Roccamontepiano, solo per fare due esempi, non appartengano a una classificazione di ‘area montana’?

Dinanzi a un tale orrore amministrativo, credo sia evidente che quel Decreto debba essere ancora bocciato, cancellato e riscritto. Dall’ampio spettro di critiche suscitato tra i sindaci penalizzati occorrerà tessere una stagione di concertazione e dialogo sul significato della montagna, per accorciare la distanza tra i diversi livelli di governo territoriale e ricomporre la disattenzione geografica dei ministeri di questo governo. La definizione dei criteri per i comuni montani rappresenta oggi una sfida complessa che richiede di ampliare il dialogo tra i diversi livelli di governo: Stato, Regioni, Province e Comuni devono collaborare in maniera trasparente e condivisa, affinché le scelte tecniche riflettano non solo parametri altimetrici o morfologici, ma anche la dimensione valoriale dei territori.

In questo senso, la consultazione ampia e il coinvolgimento delle comunità locali non sono un semplice adempimento burocratico, ma un elemento essenziale nel garantire politiche di sostegno efficaci e coerenti. Nel 1922 lo storico Lucien Febvre osservava con chiarezza come la tentazione di concepire la montagna quale entità “unitaria”, galleggiante su una linea di quota, costituisse una “chimera unitaria” e, come tale, una “pericolosa follia”. La sua e la voce di illustri accademici e politici del nostro Paese che hanno tentato di raffinare la percezione centralizzata delle aree montane (veicolata da visuali prospettiche stereotipate e da una gerarchia dei provvedimenti che ha incistato la dicotomia urbano-rurale), non è stata ancora metabolizzata a dovere e trasformata in criterio - questo sì, rigido - di programmazione territoriale. - On. Luciano D’Alfonso -