Convegno dei Costituzionalisti, il discorso del sindaco D'Alberto

È per me un onore essere qui oggi, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, per portare il saluto della Città al convegno annuale dei costituzionalisti

- La Redazione

Convegno dei Costituzionalisti, il discorso del sindaco D'Alberto

TERAMO - Il discorso del sindaco di Teramo Gianguido D'Alberto al convegno annuale dei Costituzionalisti all'Università a Colleparco.

Innanzitutto, desidero rivolgere un saluto a tutte le persone presenti: al Magnifico Rettore Christian Corsi, che ci ospita in questo Ateneo; al Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, Renato Balduzzi; al Presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso; al Segretario generale della Corte costituzionale, Umberto Zingales; al Segretario generale del Senato della Repubblica, Federico Silvio Toniato; alla Presidente emerita della Corte costituzionale, Marta Cartabia, che domani concluderà i lavori; a tutte le relatrici e a tutti i relatori; alle professoresse e ai professori dell’Ateneo; alle studentesse e agli studenti.

È per me un onore essere qui oggi, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, per portare il saluto della Città al convegno annuale dei costituzionalisti.

Un appuntamento di altissimo valore scientifico e istituzionale, con relatrici e relatori di assoluto profilo, che rappresenta una preziosa occasione di confronto e di riflessione su questioni decisive per la qualità della nostra vita democratica.

Quest’anno ricorrono gli ottant’anni della Repubblica, dell’elezione dell’Assemblea Costituente e della sua prima seduta. Un anniversario che ci invita non soltanto a ricordare le origini della nostra democrazia, ma anche a interrogarci sul cammino che abbiamo compiuto e, soprattutto, su quello che resta da percorrere.

Se il potere costituente si è espresso nella nascita della nostra Carta fondamentale, lo spirito costituente non può, invece, esaurirsi in quel momento fondativo.

La Costituzione è lo statuto fondamentale della nostra Repubblica e la Repubblica è chiamata a esserne custode e garante. Ma quello spirito che ha animato la stagione costituente deve continuare a permeare l’intera vita del nostro ordinamento istituzionale, sociale ed economico.

Perché lo spirito costituente fu, prima di tutto, la capacità di forze politiche profondamente diverse, unite dalla comune esperienza dell’antifascismo, di superare le proprie divisioni e di costruire un orizzonte condiviso. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali seppero trovare un terreno comune, mettendo al centro la dignità della persona umana, l’uguaglianza sostanziale, la solidarietà e la pace.

Una pace intesa non soltanto come assenza di guerra, ma come costruzione delle condizioni necessarie affinché ciascuno possa vivere con dignità e guardare al futuro con fiducia. Una pace, dunque, che è anche promessa di un futuro migliore per tutte e per tutti.

È questo l’orizzonte politico e morale che trova nella nostra Costituzione il proprio riferimento fondamentale. Attraverso i suoi principi, la Carta continua a indicarci la strada, a proteggerci dal ritorno di ideologie totalitarie e dalle derive autoritarie, a ricordarci che la democrazia non è mai un risultato acquisito una volta per tutte. È, al contrario, un patrimonio da custodire e rinnovare ogni giorno, attraverso la piena attuazione dei diritti fondamentali, un obiettivo che siamo ancora lontani dall’aver raggiunto.

Per questo non posso che sottolineare la straordinaria attualità dei temi che saranno affrontati nel corso di questo convegno. Temi che ci chiamano a riflettere sul divario, ancora significativo, tra i principi sanciti dalla Costituzione e la loro effettiva realizzazione nell’attività del legislatore, nella giurisprudenza e nella prassi politica.

Attuare la Costituzione, ed entro così nella prima delle tre prospettive intorno alle quali si articoleranno i lavori, significa infatti andare ben oltre la sua mera applicazione formale. La piena attuazione costituzionale ha una natura dinamica, promozionale e politica, nel senso più alto e nobile del termine.

Significa trasformare i principi in diritti concretamente esigibili, le garanzie formali in opportunità reali, le promesse della Carta in condizioni effettive di libertà e di uguaglianza. Significa, in altre parole, passare dalla «Costituzione sulla carta» alla «Costituzione viva».

Significa realizzare quell'indirizzo politico costituzionale teorizzato dal professor Paolo Barile e che oggi presenta una straordinaria attualità.

Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso agli studenti del 1955, ci ricordava che la Costituzione non deve essere considerata una legge morta, ma un programma politico, concordato e divenuto legge, che abbiamo l’obbligo di realizzare.

È un richiamo che conserva intatta tutta la sua forza. Perché prima ancora di cedere alle tentazioni, talvolta morbose tentazioni, di modificare la Costituzione, dovremmo assumerci fino in fondo la responsabilità di attuarla.

Questo vale soprattutto in materia di diritti sociali e del lavoro, ambiti nei quali molti principi costituzionali continuano a scontare ritardi e insufficienze nell’attuazione. Principi che troppo spesso non hanno trovato, nell’azione del legislatore, la volontà o la capacità di tradursi in realtà concreta, in carne viva.

Di fronte alla costante precarizzazione del lavoro, all’espansione del lavoro povero e alla progressiva erosione delle tutele dei lavoratori, possiamo davvero sostenere di aver pienamente attuato la Costituzione?

Di fronte agli ostacoli economici e sociali che, nel corso degli anni, hanno frenato l’ascensore sociale e ampliato le disuguaglianze, possiamo affermare di aver realizzato quell’uguaglianza sostanziale che l’articolo 3 pone tra i fondamenti della nostra Repubblica?

Di fronte a un sistema sanitario che non riesce ancora a garantire la medesima qualità delle cure in ogni parte del territorio nazionale, e all’aumento delle persone costrette a rinunciare a esami, prestazioni e trattamenti sanitari, possiamo dire di aver pienamente attuato il diritto alla salute?

Sono domande che non riguardano soltanto l’efficienza delle politiche pubbliche. Riguardano la fedeltà della nostra Repubblica ai principi sui quali è stata fondata.

E se guardiamo a uno Stato-apparato che troppo spesso non è riuscito a dare piena attuazione ai valori democratici e repubblicani, dobbiamo riconoscere quanto sia stato importante il ruolo della Corte costituzionale nel garantire l’effettività dei diritti, vecchi e nuovi, anche di fronte alle inerzie o alle insufficienze del legislatore.

Credo, dunque, che non sia affatto peregrino sostenere che il cammino verso la piena attuazione della Costituzione sia ancora incompiuto. Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe guidare ogni riflessione sul futuro del nostro ordinamento.

Arrivo così al secondo tema che sarà affrontato in questi due giorni: la revisione costituzionale.

La Costituzione, pur nella sua natura di legge fondamentale, non è immutabile. Ferma restando la tutela di quel nucleo di principi supremi e di diritti inviolabili che non può essere sovvertito neppure attraverso il procedimento di revisione costituzionale, la Carta può essere modificata per rispondere ai mutamenti economici, sociali e culturali del Paese.

La revisione costituzionale, dunque, non può essere considerata un tabù. Ma proprio perché riguarda le fondamenta della nostra convivenza democratica, richiede un’assunzione di responsabilità particolarmente elevata.

Le Madri e i Padri costituenti, nella loro straordinaria lungimiranza, hanno previsto la possibilità di modificare la Carta, stabilendo al tempo stesso limiti e garanzie. Hanno compreso che una Costituzione deve saper attraversare il tempo, senza perdere la propria identità e senza tradire i principi che ne costituiscono il fondamento.

Anche qui torna centrale lo spirito costituente: quello spirito che, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, consentì a forze politiche profondamente distanti di trovare un compromesso alto, di costruire regole condivise e di fondare lo Stato repubblicano avendo sempre come riferimento il bene comune. È proprio questa lezione che non dovremmo dimenticare.

Negli ultimi decenni, purtroppo, le proposte di revisione costituzionale sono state sempre più spesso legate agli orientamenti delle maggioranze di governo e alle contingenze della competizione politica. La Costituzione, anziché rimanere il terreno comune sul quale riconoscersi, è diventata talvolta un terreno di scontro ideologico e partitico.

Il rischio è quello di un uso strumentale della Carta, trasformata in oggetto di contesa politica e sottoposta a interventi di ingegneria istituzionale che, anziché rispondere a una visione condivisa del futuro del Paese, finiscono per allontanarsi dallo spirito stesso della stagione costituente.

Una riforma costituzionale non può essere concepita come uno strumento per conquistare consenso, né può diventare la risposta contingente a una crisi politica o alle esigenze di una singola maggioranza. Deve nascere da una riflessione ponderata, da un confronto ampio e dalla consapevolezza che le regole fondamentali della democrazia appartengono all’intera comunità nazionale, non a chi governa in un determinato momento.

La revisione costituzionale richiede, dunque, un orizzonte più ampio di quello della legislatura e un interesse più alto di quello della parte politica. Richiede la capacità di guardare al bene del Paese nel suo complesso, preservando il delicato equilibrio tra i poteri, le garanzie dei cittadini e i principi che rendono possibile la nostra convivenza democratica.

Perché la Costituzione non è un semplice regolamento tecnico-amministrativo, né un insieme di procedure da adattare alle convenienze del momento. È l’anima della nostra Repubblica, la cornice di diritti e doveri entro la quale deve necessariamente muoversi ogni istituzione democratica. È una visione del mondo e della società che pone al centro e prima di tutto la perdona. È il patto che ci tiene insieme, pur nelle differenze, e che consente alla pluralità delle nostre idee di convivere nel rispetto di regole comuni.

Chiudo questo mio saluto richiamando il terzo tema che sarà al centro di questo importante appuntamento: «La Costituzione in azione».

Un tema che ci invita a guardare a come i principi costituzionali prendono forma nelle decisioni, nei comportamenti e nelle relazioni tra istituzioni e cittadini. Perché una Costituzione vive davvero quando i suoi principi orientano l’azione pubblica, incidono sulla vita delle persone e consentono di riconoscere e tutelare diritti anche di fronte a trasformazioni sociali che i Costituenti non potevano prevedere nelle loro forme attuali.

In questo percorso, un ruolo fondamentale è stato svolto dalla Corte costituzionale, la cui interpretazione della Carta ha contribuito a rendere effettivi i diritti fondamentali e ad affrontare questioni nuove, spesso prima ancora che il legislatore intervenisse.

Penso al diritto alla riservatezza, alla tutela dell’identità di genere, all’autodeterminazione terapeutica. Penso alla tutela dell’uguaglianza e al riconoscimento delle diverse forme di vita familiare, ambiti nei quali la giurisprudenza ha progressivamente contribuito a individuare e consolidare garanzie e tutele, talvolta anticipando l’intervento legislativo, come è avvenuto nel percorso di riconoscimento delle convivenze di fatto.

Penso, più in generale, a tutte quelle situazioni nelle quali la Costituzione ha rappresentato la bussola per affrontare questioni nuove e complesse, impedendo che contrapposizioni ideologiche o resistenze culturali si traducessero nella negazione di diritti fondamentali.

È questa, in fondo, una delle caratteristiche più preziose della nostra Carta: la capacità di rimanere fedele ai propri principi e, al tempo stesso, di parlare alle trasformazioni della società, offrendo strumenti per riconoscere nuovi bisogni di tutela e per garantire che la dignità della persona rimanga sempre al centro dell’ordinamento.

La Costituzione, dunque, non è soltanto il documento che racconta la nascita della nostra Repubblica. È uno strumento vivo, una promessa ancora da realizzare pienamente e una responsabilità che appartiene a tutte le istituzioni e a tutti i cittadini.

Attuarla, custodirla e renderla concreta nella vita quotidiana significa dare sostanza alla nostra democrazia. Significa riconoscere che i diritti non possono rimanere enunciati di principio, ma devono diventare opportunità, protezioni e libertà effettive per tutte e per tutti.

Con questo auspicio, auguro a tutte e a tutti voi che questi due giorni di confronto possano rappresentare un’occasione di arricchimento scientifico, professionale e personale, e contribuire a rafforzare la consapevolezza del valore della nostra Costituzione e dell’impegno che ancora ci attende per renderla pienamente viva.

Vi ringrazio e auguro buon lavoro.

Teramo “Città Aperta al Mondo” – UNICEF, 1989