Castrogno, il carcere di Teramo non può più aspettare

Manola Di Pasquale: "Due morti in poche settimane: non sono tragedie singole"

- Walter Cori

Castrogno, il carcere di Teramo non può più aspettare

TERAMO - La morte di una detenuta di 32 anni nel carcere di Castrogno, avvenuta a poche settimane dal suicidio di un giovane detenuto egiziano di 25 anni, impone una riflessione seria e non più rinviabile sulle condizioni della casa circondariale di Teramo e, più in generale, sullo stato del sistema penitenziario italiano.
Quando due persone perdono la vita in carcere nel giro di poche settimane non siamo più di fronte a singole tragedie da archiviare come episodi isolati. Siamo davanti a un'emergenza che chiama in causa le istituzioni, la politica e l'intera comunità.
Le denunce provenienti dalle organizzazioni sindacali della Polizia Penitenziaria parlano di un carcere gravemente sovraffollato, con una presenza di detenuti largamente superiore alla capienza regolamentare e con una cronica carenza di personale che rende sempre più difficile garantire sicurezza, assistenza e attività trattamentali.
Il sovraffollamento non è soltanto un dato statistico. È una condizione che incide direttamente sulla qualità della vita delle persone detenute e sul lavoro degli operatori penitenziari. Significa celle affollate oltre ogni limite di ragionevolezza, minori possibilità di accesso alle attività rieducative, maggiori tensioni e una crescente difficoltà nell'individuare tempestivamente situazioni di disagio psicologico.
A rendere ancora più insostenibile la situazione vi sono le condizioni materiali della detenzione, che diventano particolarmente pesanti durante il periodo estivo. Con l'aumento delle temperature, le celle sovraffollate si trasformano in luoghi soffocanti, spesso privi di adeguata ventilazione. In spazi già estremamente ridotti convivono più persone costrette a trascorrere gran parte della giornata in ambienti dove il bagno si trova nello stesso locale destinato alla preparazione e al consumo dei pasti, con evidenti problemi igienici e di dignità.
Anche l'accesso alle docce rappresenta una criticità. Le strutture comuni, spesso insufficienti rispetto al numero dei detenuti presenti, non consentono sempre di fronteggiare adeguatamente le esigenze igieniche, soprattutto nei mesi più caldi. Sono condizioni che incidono sulla salute fisica e mentale delle persone ristrette e che alimentano tensioni, conflittualità e situazioni di profondo disagio.
In questo contesto appare evidente come la prevenzione del rischio suicidario diventi estremamente complessa. La sofferenza psicologica, l'isolamento, la promiscuità forzata, la mancanza di prospettive e l'insufficienza delle risorse dedicate al supporto sanitario e psicologico costituiscono fattori che richiederebbero un'attenzione costante e strumenti adeguati. Quando il personale è insufficiente e le strutture sono al limite della capienza, anche l'attività di osservazione e prevenzione diventa inevitabilmente più difficile.
Non va dimenticato che a vivere questa emergenza sono anche gli agenti della Polizia Penitenziaria, chiamati ogni giorno a svolgere il proprio lavoro in condizioni estremamente gravose, con organici ridotti e responsabilità crescenti. La tutela della dignità dei detenuti e quella delle condizioni lavorative del personale penitenziario sono due facce della stessa medaglia.
La nostra Costituzione stabilisce che la pena debba tendere alla rieducazione della persona condannata. Questo principio non può restare una dichiarazione astratta. Se il carcere diventa un luogo di mera custodia, caratterizzato da sovraffollamento, carenze strutturali e insufficienza di servizi, il rischio è quello di tradire la funzione stessa della pena.
Per questo è necessario aprire una riflessione seria sulle misure alternative alla detenzione. Da tempo sostengo che molte persone potrebbero accedere a percorsi diversi dal carcere se esistessero adeguate strutture territoriali, alloggi protetti, comunità e opportunità lavorative. Troppo spesso, invece, l'assenza di un domicilio idoneo o di una rete di accoglienza impedisce l'applicazione di misure che alleggerirebbero il sovraffollamento e favorirebbero il reinserimento sociale.
Le morti avvenute a Castrogno non possono essere accolte soltanto con il cordoglio. Devono diventare l'occasione per affrontare finalmente problemi che da anni vengono denunciati da operatori, sindacati, avvocati, associazioni e garanti dei detenuti.
Servono investimenti strutturali, nuove assunzioni di personale, il potenziamento dell'assistenza sanitaria e psicologica, una concreta politica di riduzione del sovraffollamento e una maggiore attenzione alle condizioni materiali della detenzione.
La civiltà di uno Stato si misura anche da come tratta le persone private della libertà personale. Quando il carcere diventa un luogo di disperazione e di morte, non fallisce soltanto il sistema penitenziario: fallisce l'intera società - Manola Di Pasquale -