Calcio & polemica a Cellino: quel gesto romano...

Il consigliere comunale Francesco Luciani: “C’è un problema educativo: gli adulti ridevano per quel gesto”

- Walter Cori

Calcio & polemica a Cellino: quel gesto romano...

di Stefano Vecellio

TERAMO - Se nel 2026 lo sport è ancora al centro di episodi di violenza e di atti politici inequivocabili, allora vuol dire che il problema è atavico e la soluzione va ricercata nella profondità della nostra coscienza. È quello che spera Francesco Luciani, consigliere comunale con delega allo sport di Cellino Attanasio (nella foto a margine), testimone di un gesto diventato virale lo scorso sabato, dopo la partita di Prima Categoria tra Cellino e Atletico Lempa. Un gesto che racconta un qualcosa che non dovrebbe più penetrare negli stadi di una nazione moderna, ma che invece le tifoserie continuano a perpetrare e a veicolare ai nuovi adepti, dalla Serie A fino ai campi di periferia, coinvolgendo sempre più giovani, ignari forse del reale pericolo che un “saluto” può comportare. 

  • Partiamo da quell'immagine che ha fatto poi il giro del web: come si è accorto del saluto romano? 

«Tutto si è svolto fuori dal perimetro di gioco, nel settore occupato dalla tifoseria ospite. Ne sono venuto a conoscenza tramite i social: mi è stato inviato un video in cui il nostro Comune era taggato, e si vedevano chiaramente questi ragazzini, per la maggior parte minorenni, compiere quel gesto. Avendolo reputato un episodio di gravità assoluta, proprio perché fatto da ragazzi così giovani, ho provveduto immediatamente a segnalarlo ai Carabinieri». 

  • Lei era presente al campo sportivo. Che aria si respirava durante e dopo il fischio finale? 

«Sì, vado sempre a seguire i ragazzi del nostro paese, sia come dirigente del Cellino Calcio sia come amministratore comunale. Il comportamento della tifoseria ospite è stato sin da subito un po' esagerato, ma i classici sfottò con i nostri sostenitori possono anche starci. La situazione è degenerata a fine partita: nonostante la vittoria, gli ospiti cercavano a tutti i costi il pretesto per creare disordini. Al momento dell'uscita dal campo c'è stato uno scontro verbale, ma per fortuna noi dirigenti siamo intervenuti subito per placare gli animi, facendo allontanare i nostri giocatori e invitando gli altri a risalire sui loro pulmini per tornare a casa senza far succedere nulla». 

  • Qual è l'aspetto che l'ha amareggiata di più in questa vicenda? 

«Ciò che mi ha fatto venire i brividi è stato l'atteggiamento degli adulti. Quelle persone, che avevano accompagnato questi minorenni, non solo non hanno preso alcun provvedimento, ma ci ridevano persino sopra. Non sto dicendo che li abbiano istigati apertamente, ma di certo non li hanno rimproverati, anzi, sembravano divertiti da questi comportamenti violenti. Ecco perché ho voluto informare subito le Forze dell’Ordine: i genitori di questi ragazzi, magari assenti in trasferta, devono sapere a quali figure stanno affidando i propri figli». 

  • Pensa si sia trattato solo di una goliardata o c’è un problema più profondo? 

«Nel 2026, assistere ancora a questi gesti, specie nello sport, è inaccettabile. Sono convinto che molti di quei ragazzini non sapessero nemmeno cosa stessero facendo. Tuttavia, ho il forte dubbio che il gesto fosse stato già premeditato, organizzato appositamente prima della partita e magari fatto partire proprio da un adulto. C'era un contesto di tensione palpabile, le ripeto: l'impressione grave è che questi giovanissimi fossero stati istigati. Insieme all'amministrazione abbiamo deciso di rendere pubblico l’accaduto con la speranza che qualcosa cambi: un conto è la parola di troppo che finisce sul campo, un altro è la totale premeditazione». 

  • Un cortocircuito che chiama in causa il ruolo educativo dello sport e delle famiglie. 

«Esatto, è una questione di educazione di base. Lo sport dilettantistico, specialmente nei nostri piccoli paesi, deve unire comunità e culture diverse. Vedere dei minorenni compiere un gesto del genere in ambito sportivo ci fa tornare indietro, non è assolutamente educativo. Da padre di due bambini piccoli, temo per il futuro: le baby gang, i ragazzini che girano con i coltelli, nascono esattamente da questi vuoti. Dal mio punto di vista, ogni singola goccia di odio scaturisce poi, inevitabilmente, nella violenza». 

  • Che appello si sente di lanciare a tutto il panorama sportivo abruzzese? 

«Chi fa sport ha il dovere morale di educare, non di diseducare. Invito tutti a prestare la massima attenzione a chi si affidano i propri figli in ambito sportivo e a cercare di creare fratellanza, perché di problemi e di odio nel mondo ce n'è già abbastanza. Viviamo in un Paese sviluppato, in una regione come l'Abruzzo che ha tanto da offrire dal punto di vista dell'integrazione. Noi abruzzesi siamo testardi ma gentili, abbiamo un cuore grande e questo gesto non ci rappresenta minimamente. Educare all'odio è semplicemente sbagliatissimo».