Birmingham, Mazzaufo: “Scuola italiana un modello per tutti”
“Vincere contro gli inglesi a casa loro è stata un’emozione indescrivibile", aggiunge il Prof
- Walter Cori
TERAMO - Un’impresa destinata a rimanere scolpita a lettere d'oro nella storia dello sport italiano. Agli Europei di atletica leggera di Birmingham, l'Italia ha conquistato la vetta del continente chiudendo al primo posto nel medagliere con uno straordinario bottino di 22 medaglie, impreziosite da ben 10 ori. Un trionfo al cardiopalma, maturato proprio nell'ultima, incandescente giornata di gare, superando a domicilio i padroni di casa della Gran Bretagna. A tracciare un bilancio tecnico ed emotivo di questo successo il Professor Claudio Mazzaufo, Consulente del Direttore Tecnico della FIDAL e da sempre portabandiera della “teramanità” nella squadra azzurra.
- Professore, un bilancio super positivo. Ma al di là dei numeri da primato, qual è la vera essenza di questo trionfo?
“Il bilancio è straordinario sotto ogni punto di vista. La cosa più bella risiede nell'essenza stessa dello sport e nella modalità avvincente con cui abbiamo conquistato il primato. Eravamo appaiati agli inglesi e sapevamo che l'unico modo per vincere il medagliere era batterli nell'ultima gara: se fossimo arrivati a pari ori, la Gran Bretagna sarebbe stata avanti in virtù degli otto argenti vinti. È stata un'emozione indescrivibile: vincere tutto negli ultimi istanti, battendo l'Inghilterra nella staffetta per appena tre millesimi di secondo dopo una gara durata tre minuti, e superando l'atleta britannica nel salto in lungo con Larissa Iapichino per un solo centimetro. Questi due ori finali ci hanno consentito di vincere il medagliere. È stata una gioia incontenibile, paragonabile al gol decisivo siglato al 95' da Carpani con la Forsempronese o a un tiro da tre punti all'ultimo secondo nella finale di Eurolega. Vincere in uno stadio gremito dove tutti tifavano, giustamente, per i padroni di casa ha un valore immenso. Giocare in casa conta moltissimo per via del pubblico e della familiarità con piste e pedane, come si era visto anche nel nuoto a Glasgow dove siamo arrivati secondi nel medagliere dietro ai padroni di casa. Riconfermarsi ai vertici a due anni di distanza da Roma è una soddisfazione enorme. Testimonia ancora di più come l'atletica leggera italiana oggi abbia un valore, un peso e una considerazione di primo piano in Europa e nel mondo”.
- Allargando lo sguardo al territorio abruzzese, qual è la lettura tecnica sulle prove delle due atlete teramane, Gaia Sabatini e Michelle Cantò dell'Atletica Gran Sasso?
“Bisogna saper leggere con attenzione tra le righe di queste prestazioni, cosa che spetta a noi tecnici e addetti ai lavori. Per Michelle Cantò si tratta fondamentalmente di un discorso di maturazione ed esperienza: non si presentava alla gara di marcia da protagonista. In competizioni di questo livello possono verificarsi controprestazioni dovute a molteplici fattori. Il percorso era molto difficile e non lineare, con continui saliscendi che penalizzavano la tecnica pura a favore della forza. Non a caso anche un'atleta del calibro di Antonella Palmisano, campionessa olimpica, ha riscontrato forti difficoltà chiudendo al quinto posto. Figuriamoci se si può gettare la croce addosso alla Cantò, che ha fatto un'esperienza internazionale fondamentale per la sua crescita. Per quanto riguarda Gaia Sabatini, quest'anno ha fatto una scelta importante, andando ad allenarsi con un gruppo di atleti di valore internazionale di altissimo livello, dove non è la “prima donna”, ma una delle tante azzurre d'élite. Ha cambiato metodiche e aumentato notevolmente i carichi di lavoro: ci auguriamo tutti che questi carichi, non ancora del tutto assimilati, possano dare in futuro i loro frutti. In queste gare da campionato conta il piazzamento e non il cronometro, quindi non deve trarre in inganno il tempo di 4:11. È stata una gara tattica dove anche le atlete da sotto i 4 minuti hanno ottenuto tempi ben lontani dai propri primati. Quando a 100 metri dalla fine avverti di non poter agganciare le prime posizioni, subentra anche un calo psicologico. Da fuori la si percepisce come una grande delusione, ed è naturale che lo sia per l'atleta, ma confidiamo che Gaia riesca ad assimilare presto questa nuova esperienza”.
- Tra le tante certezze di questa spedizione, quali sono state le sorprese più esaltanti?
“La sorpresa più bella in assoluto è stata Elisa Maiori nei 10.000 metri, capace di conquistare un magnifico bronzo grazie a un finale travolgente. Era molto staccata, ma negli ultimi 100 metri ha dato davvero tutto, agguantando una medaglia che credo nessuno alla vigilia si aspettasse. L'altra splendida sorpresa è arrivata dalla marciatrice Sofia Fiorini, una ragazza giovanissima di appena ventun anni, che ha vinto la maratona di marcia. Loro due sono state le più grandi rivelazioni, mentre gli altri risultati sono arrivati da atleti di cui conoscevamo già perfettamente il valore internazionale”.
- L'Italia continua a dominare nei salti. Quali sono i segreti di questa scuola azzurra che non smette di stupire?
“La crescita del movimento parte da lontano e si fonda su metodiche collaudate e fortemente individualizzate sugli atleti, curando ogni singolo dettaglio. C'è un sistema strutturato fin dai settori giovanili, con un lavoro sapientemente miscelato tra esercitazioni di carattere generale e speciale, senza dimenticare la preparazione della forza specifica, ambito in cui la nostra scuola è maestra. I numeri parlano chiaro: nei salti abbiamo conquistato ben 4 ori sui 10 totali della spedizione, arrivando a 6 medaglie complessive nel settore. Questo dimostra perché si possa parlare a pieno titolo di una vera e propria “Scuola Italiana”. C'è un'ottima collaborazione tra i tecnici e si è creato un ambiente stimolante, che permette a campioni affermati e un po’ più avanti con l’età come Gianmarco Tamberi (34 anni) e Andy Diaz (31 anni) di restare sulla cresta dell'onda e, contemporaneamente, di lanciare giovani forti che garantiscono un bellissimo ricambio generazionale”.
- Adesso il rientro a casa e poi inizierà forse il lavoro più bello, quello del nonno a tempo pieno.
“Assolutamente sì: non vedo l’ora”.