Assistenza domiciliare, quante volte deve pagare un cittadino per la propria salute?

"Il Comune trovi le risorse necessarie per evitare che la compartecipazione ricada sulle famiglie" si legge nella nota della minoranza

- La Redazione

Assistenza domiciliare, quante volte deve pagare un cittadino per la propria salute?

L'AQUILA - Compartecipazione all’assistenza domiciliare: la maggioranza sceglie di far ricadere sulle famiglie una parte del costo del servizio.
Ma quante volte, secondo loro, deve pagare un cittadino per la propria salute?
La prima volta paga quando lavora e versa l’IRPEF sul proprio reddito.
La seconda volta paga attraverso l’addizionale regionale IRPEF, aumentata dalla Regione Abruzzo per contribuire alla copertura dei problemi finanziari della sanità regionale.
La terza volta paga quando, di fronte a un sistema sanitario pubblico che non riesce sempre a garantire tempestivamente le prestazioni di cui ha bisogno, è costretto a rivolgersi al privato e a mettere mano direttamente al proprio portafoglio.
E adesso arriva la quarta volta: quando una persona si trova in una condizione di grave bisogno e ha necessità di assistenza domiciliare, deve pagare anche una quota del servizio pubblico che dovrebbe sostenerla.
Ma vi sembra questo un modo giusto di vivere?
È questa la domanda che abbiamo posto in Consiglio comunale, chiedendo alla maggioranza di fare una scelta diversa: utilizzare risorse del Comune dell’Aquila per evitare che il costo della compartecipazione ricada sulle famiglie.

Il sistema approvato prevede una compartecipazione progressiva legata all’ISEE, fino a un massimo del 30% del costo del servizio per le fasce più alte. La misura riguarda, tra gli altri, i servizi di assistenza domiciliare e assistenza domiciliare integrata.
Durante la discussione abbiamo chiesto che il Comune si facesse direttamente carico della quota necessaria, quantificata nel confronto politico in circa 300 mila euro, evitando di trasferirla sulle famiglie. La maggioranza ha respinto questa proposta.
La cosa più grave, però, non è soltanto il diniego. È il modo con cui quel diniego è stato motivato.
Da una parte si è cercato di minimizzare la questione, quasi che stessimo parlando di una spesa irrilevante. Dall’altra si è invocato un presunto principio di equità: paga chi ha una capacità economica maggiore, mentre le famiglie più fragili vengono esentate o pagano meno.
Ma questa rappresentazione della realtà rischia di essere profondamente fuorviante.
Perché stiamo parlando di famiglie normali. Di persone che lavorano, di stipendi ordinari, di nuclei familiari che spesso hanno figli, mutui, affitti, bollette, spese scolastiche e tutte le altre voci che oggi gravano sui bilanci familiari.
Non stiamo parlando di una platea di ricchi.
Stiamo parlando di quella stessa classe media che negli ultimi anni si è vista progressivamente comprimere il proprio potere d’acquisto e sulla quale si sommano, una dopo l’altra, nuove forme di compartecipazione e nuovi costi.
E allora c’è un punto che non possiamo eludere.
Quando una famiglia ha al proprio interno una persona gravemente malata o non autosufficiente, non parte da zero.
Quella famiglia sostiene già costi economici, organizzativi e umani enormi. Spesso integra di tasca propria ciò che il servizio pubblico non riesce a garantire pienamente. E lo fa mentre continua a pagare le tasse, i contributi, le imposte e tutte le altre spese necessarie alla vita quotidiana.
A queste famiglie oggi diciamo: adesso dovete pagare anche una parte dell’assistenza domiciliare.
Noi pensiamo che questa sia una scelta politica sbagliata.
E soprattutto riteniamo sbagliato nasconderla dietro la parola “equità”.
Perché equità non significa semplicemente stabilire che chi ha un ISEE più alto paga di più. Equità significa anche interrogarsi sulla condizione concreta di una famiglia e sul peso complessivo che quella famiglia è già costretta a sostenere.
Una cosa è chiedere una compartecipazione per un servizio accessorio. Un’altra è chiedere soldi a una famiglia perché al proprio interno c’è una persona in una condizione di grave bisogno e necessita di assistenza a domicilio.
Qui non stiamo parlando di un consumo. Stiamo parlando di dignità.
E c’è un’altra questione che riteniamo ancora più importante.
In questi giorni abbiamo visto cittadini fare la fila per risparmiare pochi centesimi sul prezzo della benzina. Non perché quei dieci centesimi li rendano ricchi o poveri, ma perché sono il simbolo di una difficoltà economica ormai diffusa, nella quale anche pochi euro possono fare la differenza.
E proprio a quelle famiglie noi chiediamo: perché dovrebbe essere il Comune a risparmiare sulla loro assistenza?
Perché non può essere il Comune dell’Aquila a farsi carico di una spesa relativamente contenuta, invece di trasferirla sulle persone che stanno già affrontando la situazione più difficile?
La maggioranza ha scelto di non farlo.

Noi continuiamo a pensare che un’amministrazione comunale debba essere misurata soprattutto da come tratta chi ha più bisogno.
E una città non diventa più equa quando dice a una famiglia che ha una persona gravemente malata: “Puoi permetterti di pagare, quindi paga”.
Una città è più giusta quando dice: “Questa volta ci pensa la comunità”.
È questa la differenza tra considerare un cittadino un semplice utente di un servizio e considerarlo, invece, una persona che appartiene a una comunità.

Per questo continueremo a chiedere che il Comune trovi le risorse necessarie per evitare che la compartecipazione ricada sulle famiglie.
Perché davanti alla malattia, alla disabilità e alla fragilità, la prima domanda di un’amministrazione pubblica non dovrebbe essere quanto può far pagare una famiglia. Dovrebbe essere quanto può fare per aiutarla.

Enrico Verini
Gianni Padovani
E i consiglieri comunali di tutti i gruppi della minoranza