Quando ci si mette la faccia

“Ci abbiamo messo la faccia” è l’espressione ricorrente che presuppone l’impegno, la partecipazione emotiva, il senso del rimboccarsi le maniche per praticare la “buona politica”.

Cosa vuole significare questo termine? Vuol dire “essere messi nelle condizioni di poter dare, incondizionatamente e gratuitamente, il proprio apporto per costruire una Teramo ritrovata, per restituirgli lo smalto che l’ha caratterizzata nei tempi migliori”. Uno smalto fatto di rapporti scambievoli “sani”, basati sul rispetto, il riconoscimento, l’apprezzamento e la considerazione per gli altri, nella consapevolezza che solo seminando bene, attraverso relazioni autentiche, si costruisce una positiva epidemia virtuosa, si creano le condizioni per diffondere quel salutare “virus” che ha per lubrificante il sorriso, la stretta di mano, il lasciare una scia di profumo dietro il proprio passaggio.

Parole da “Alice nel Paese delle Meraviglie”? Volontà di costruire un “mondo incantato”? No, nessuna idealizzazione: credo che tutti avvertiamo il bisogno di coltivare un piccolo giardino dove creare le condizioni dello stare a proprio agio.

Solo che questo deve essere praticato anche al di fuori delle proprie mura.

Un proverbio dice: Pulisci fuori casa tua e tutta la città sarà pulita. Forse c’è ancora bisogno che la persona virtuosa si impegni a pulire oltre il proprio portoncino e forse anche molto più in là, ma quello che conta è che per ammirare quel pulito, ci siano occhi per apprezzarlo, ci siano le sensibilità giuste per rimanere affascinati da tanta accuratezza nei comportamenti.

Cos’è che contrasta con questo modo di avere una visione della Teramo in positivo? Ci si accorge che c’è ancora molto da fare, quando si moltiplicano “le lingue biforcute”, le ipocrisie che non solo sono praticate ad ogni piè sospinto, ma addirittura vengono contrabbandate come esempi di rettitudine, il comunicare qualcosa omettendo qualcosa di molto più evidente e centrale e far trovare gli interlocutori a fatto compiuto, stupendosi persino della incredulità di chi osasse precisare che le intese erano di tutt’altro tipo.

Allora, a questo punto, coloro che “ci hanno messo la faccia”, che hanno “investito la propria onorabilità ed il proprio essere”, coloro che “non hanno una faccia di riserva” perché hanno il “brutto vizio” di credere ancora al valore ed al senso della parola data, cominciano a ritrarsi.

Quello che più conta però è che il loro ritrarsi non corrisponde al solo accantonamento di energie che pure potevano essere positivamente spese, ma rappresentano uno snaturamento della città, una perdita dei connotati di una comunità che era fatta anche da quei modi di essere e di comportarsi.

Allora capiterà che qualcuno, venuto anche da fuori, si accorgerà che quella certa atmosfera che caratterizzava Teramo, è come svanita e si chiederà di un qualche cosa che manca ma non saprà individuarlo.

L’amministrazione ha ancora tempo per decidere dove virare il timone: se verso una indistinta combinazione di più sigle che però creano i presupposti per spegnere anima e slancio emotivo oppure verso una strada, casomai più traballante, ma più corrispondente ad un comune sentire, un comune percepire.


di Ernesto Albanello

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