IL RUGGITO / Un teramano guida la battaglia contro i Draghi

La politica, è manovra, è potere, e non c’è niente di male, in fin dei conti il governo della «polis» è da sempre anche questo. Ma lo show visto fino a oggi è penoso. Quirinale, è stallo. Altra fumata nera alla Camera. La quinta votazione di Montecitorio ha bruciato anche la seconda carica dello Stato, cioè la presidente del Senato Elisabetta Casellati che è incav…ta ancor di più della Meloni, se possibile. Con il suo nome Salvini ha cercato lo strappo basandosi sui voti del solo centrodestra, ma il tentativo è fallito. Le diffidenze sono in piedi ora più che mai. Ad ogni passo si rischia una rottura difficilmente sanabile. Ad oggi il nome del premier Draghi è quasi fuori dalla scena ma pronto a risorgere all’improvviso. Al momento giusto. La massoneria sa come fare per mandare Draghi al colle. Non come “la politica”. Anche perché di politica vera, finora se ne è vista proprio poca.

Non è lavoro da tutti. Ci vuole un «cursus honorum». Ci vuole uno standing internazionale. Ci vuole prestigio e autorevolezza. La donna o l’uomo prescelti rappresenteranno di fronte al mondo l’Italia. L’Italia come è oggi. E, per la prima volta dopo tanto tempo, l’Italia è oggi vista nel mondo come un Paese che sta mostrando il suo valore, una «success story», se non addirittura un esempio da seguire: quasi un prodigio per chi da troppo tempo era considerato il “malato d’Europa”. Le “rose di nomi” contrapposte servono solo a protrarre il gioco di specchi, il tatticismo, ad aumentare la diffidenza e la confusione, tutto sta andando fuori controllo. Era quello che si voleva. Solo in questa clima da guerriglia, di veti, Mario Draghi può farcela.

Ma questa è anche l’unica soluzione che questo Paese non può tollerare, perché porta con se il voto prima della scadenza naturale della legislatura. In una sorta di commedia dell’inconsapevolezza. Le elezioni anticipate sono un convitato di pietra che tutti nascondono. Ma l’elezione di Draghi o una bocciatura di Draghi sarebbe l’apertura formale di una crisi che difficilmente offrirebbe una via alternativa alle elezioni. Questo è il nucleo più profondo del problema.

Sono ore complicate. E così l’unica cosa chiara è che nessun partito è unito, nessun segretario può dire di avere in pugno tutti i suoi (e questo rende ovviamente qualsiasi disegno o progetto di candidatura). Ci sono i “peones”: singoli deputati o senatori che nel segreto della tenda costruita al centro di Montecitorio si prendono rivincite personali. Il cardinale Zuppi lo aveva avvisato, prima che entrasse nella trappola. Ma Prodi sottovalutandolo – commise l’errore di ignorare l’avvertimento, alla vigilia delle votazioni per il presidente della Repubblica  e con grande incoscienza cadde nella trappola invisibile dei franchi tiratori, una trappola dalla quale uscì con le ossa rotte. Non era il primo, e non sarebbe stato l’ultimo, a cadere nella rete dei sabotatori che ogni volta, puntualmente, viene lanciata sulla strada ripida che porta al colle più alto della Repubblica. Perché nessun segretario di partito e nessun patto trasversale sono mai riusciti a imporre il loro uomo al Quirinale senza essere impallinati dai cecchini di Montecitorio, senza arrestarsi impotenti e disarmati di fronte alle trappole nascoste dei loro stessi compagni di partito. Perché si può imporre anche un governo, al quale la fiducia si dà e si nega con voto palese, ma non si possono costringere mille grandi elettori a ubbidire ciecamente nel segreto dell’urna quando si tratta di scegliere il capo dello Stato. E allora tutti gli aspiranti presidenti sanno che dopo aver convinto i compagni di partito, dopo aver trattato con gli alleati, dopo aver teso la mano all’opposizione per ricevere anche i suoi voti, il momento della verità  arriva solo quando entrano in azione loro: i peones potenziali franchi tiratori. E questo Draghi lo sa.
A guidare la pattuglia degli sfigati, quelli che non contano niente, trattati male, braccianti sudditi degli ordini wapp dei capi bastone, gli sconosciuti scalda sedia dal cervello piatto è  il nostro Bill capill. Ora piange. Trema. Ha paura l’uomo che a fare le fotocopie non ci vuole tornare. Gridava “Vaffa qua!” “Vaffa là” e oggi grida “Viva Draghi”. Prometteva e firmava di restituire, poi non ha risposta più a chi lo chiamava per i soldi da restituire e per questo gli sono caduti tutti i capelli. Uno vale uno diceva, ora non vale più niente nemmeno lui, in vendita per poco, che  ha fatto praticamente il contrario di tutto quello che aveva promesso. Nei pochi momenti lucidi, quando il dolore nel lato B deflorato si riacutizza, rimpiange il passato. Ma poi torna a fare  ciò che ha imparato: tradire. Prometteva che si sarebbe battuto per aprire il parlamento come una scatola di tonno, oggi porta il caffè a Mastella e signora, e per restare dove sta, il suo lato B è pronto a fidanzarsi con tutti e la sua mano ad alzarsi per tutto. Come i nobili kamikaze sono pronti a tutto per non morire. Come i nobili kamikaze sono imprevedibili. I meno nobili  kamikaze de noantri si faranno sentire. Ci sono e a casa non ci vogliono andare. C’è da giurarci sono pronti a fare ciò che  conviene a loro e non al Paese. Che a fare le fotocopie non ci vogliono tornare.

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