Andare in pensione a 62 anni con 38 anni di contributi versati

Questo è quanto stabilisce la allettante (o famigerata?) quota 100! Mi capita spesso di trovarmi tra persone che si fanno i conti riguardo al tempo residuo che manca loro per potersi godere la sospirata pensione.
Legittimo… si è lavorato per un considerevole numero di anni, si è svolta una attività, più o meno usurante…è comprensibile che il voltare pagina nella propria vita venga avvertito come qualcosa di entusiasmante.
Vorrei però invitare il mio lettore a riflettere il tutto da una diversa angolazione.
La persona che “si colloca a riposo” (che brutta espressione, intanto!) interrompe un flusso di conoscenze e di esperienze che avrebbe potuto trasferire alle giovani generazioni ed alle leve in ingresso, che avrebbero potuto giovarsi di un “trapasso di nozioni” (come lo scoutismo insegna), a tutto vantaggio di una continuità senza particolari scossoni o traumatizzanti turn over.
Oggi un sessantaduenne ha acquisito un patrimonio esperienziale oltre che conoscitivo, tale, da poter essere considerato più come una risorsa che come un problema, a condizione sia propositivo, ottimista, costruttivo (s’intende!).
Il sistema del lavoro del nostro Paese, malauguratamente, non coglie questo fondamentale aspetto: quello del patrimonio di esperienze che, una volta uscito o non canalizzato come “flusso virtuoso”, si perde inesorabilmente in mille rivoli.
Certamente il nostro Paese è leader nel volontariato: quindi molti dei “giovani pensionati” dedicheranno le loro ancora toniche energie in qualcosa di favorevole alla collettività, ma non sempre in continuità con un patrimonio acquisito che, se ben convogliato, avrebbe ancora molto da dare e da offrire.
La sensazione è che la collettività abbia decretato, attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento che in questo modo si sono espressi, di non sapere che farsene della pur ragguardevole esperienza…. Forse anche perché con l’avvento della digitalizzazione, molte persone estranee a questo modo di comunicare hanno permesso, mettendosi da parte, di rendere compiuta una rivoluzione tecnologica ed informatica che altrimenti avrebbe incontrato degli ostacoli.
Insomma: è però ben strano un Paese che “espelle” le sue energie giovani, ricche di competenze anche di profilo accademico, che espatriano e, con altrettanta “disinvoltura”, colloca in pensione, quindi rende inutilizzabile, una cospicua parte di energie “dai capelli grigi”, pur sempre capaci di pensare, ideare, creare.
Il pensiero corre ad una categoria, quella degli artisti, degli umanisti, dei letterati che non va mai in pensione: Andrea Camilleri, che ci ha lasciato solo qualche giorno fa, ad oltre novanta anni, scriveva ancora ed all’età di settanta stava iniziando i suoi romanzi che avevano per protagonista il Commissario Montalbano.
Forse sarebbe il caso di riflettere che, se la vita si è allungata, anche la capacità di essere una risorsa per il Paese si è estesa e gli over 60 possono farne parte: o no?

Ernesto Albanello

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