Quell’adolescente non creduto…

E’ stato tributato l’affetto di una città intera a Mohammed, il quattordicenne restituito dalle onde scomparso al largo di Giulianova dopo essersi avventurato con un materassino poi rivoltatosi in acqua.
Nella ricostruzione dei fatti, l’amico che è riuscito a guadagnare la riva, ha subito informato chi doveva vigilare quel braccio di mare che il compagno era disperso e che andavano subito attivati gli interventi per recuperarlo e portarlo in salvo.
Il comportamento di chi avrebbe dovuto farsi carico della drammatica informazione, non sembra sia stato però all’altezza della situazione.
Questo mi preme sottolineare, questo va posto sotto i riflettori se vogliamo che la sorte di questo sventurato ragazzo abbia insegnato qualcosa.
La mia riflessione scorsa si soffermava proprio sulla necessità di istituire un Assessorato all’Empatia e mai avrei pensato che questo mio richiamo alla opportunità che l’adulto debba essere capace di sintonizzarsi con l’adolescente, trovasse un immediato drammatico riscontro in un increscioso fatto di cronaca.
Chiedo a me e chiedo a voi tutti, come possa sentirsi l’amico di Mohammed che ha agito reclamando attenzione all’allarme che invocava, ma che veniva disatteso, almeno nell’immediato, dopo quella sua puntuale descrizione dei fatti.
Mi domando: perché un adolescente non viene creduto o per lo meno non gli si dà quell’ascolto che, forse, ad una persona adulta non viene negato?
Si è sempre portati a considerarlo come un “poco più di un bambino” alla ricerca della necessità di sentirsi importante, oppure perché troppo “infarcito” di sensazionalismi on line al punto da non essere in grado di discernere la virtualità dalla realtà?
Purtroppo la memoria ci riporta a quelle concitate telefonate che erano partite dal Resort di Rigopiano e che avevano ottenuto una non diversa capacità di ascolto, anche se in quel caso a dare l’allarme erano degli adulti….
Mi chiedo perché questa mancanza di empatia si manifesta in tali circostanze, mentre se giunge la telefonata che annuncia che c’è una bomba pronta ad esplodere in un edificio scolastico, il primo provvedimento che viene preso è quello di evacuare lo stabile dalla presenza degli alunni e dei professori, per poi lasciare che gli artificieri facciano i dovuti controlli?
Come si spiega questa diversità di reazioni e cosa c’è all’origine di questi differenti comportamenti?
Sicuramente una diversa percezione dei possibili scenari che possono venire a determinarsi: in fondo se la corrente del mare sta spingendo un adolescente al largo per essersi avventurato oltre il limite delle acque sicure è qualcosa che va riassunto all’imprudenza di quell’adolescente, mentre se una bomba miete vittime in una scuola, quei ragazzi che dovessero essere vittime di un folle gesto, si trovavano lì per imparare e quindi nessuna attribuzione di responsabilità va loro attribuita.
Sono però valutazioni che si “spostano” al dopo il verificarsi di una possibile tragedia, mentre l’empatia si colloca all’adesso, al “qui ed ora”, alla necessità che chiunque sia incaricato di vigilare e di tutelare la vita di altri, in quel momento sappia entrare in sintonia con quanto gli viene comunicato. Meglio una immediata risposta ad un “allarme inventato” che si rileva privo di riscontri, che una inerzia nella gestione di un concitato avvertimento: questo, almeno lo si è compreso?
Ernesto Albanello

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