LA CLASSIFICA | Pianeta Indie Rock, i venti dischi alternativi dell’anno

Ogni anno la solita storia: ci si ripromette sempre di non lasciarsi coinvolgere dalle stucchevoli e comunque puntualmente imparziali classifiche di fine anno, ma alla fine ci si ricasca sempre. Perché è un gioco, ma soprattutto perché può anche essere un utile resoconto di quanto accaduto in ambito musicale indipendente nell’anno che sta per concludersi.
 Ho deciso di elencare – in puro ordine alfabetico, farlo in termini di merito o apprezzamento lo trovo sempre davvero troppo arduo – i venti dischi internazionali indie (specifico perché poi ci sarà anche la classifica dedicata a quelli italiani) e presentarli brevemente, a mo’ di compendio di questo ricco e interessante 2019.

ALDOUS HARDING – DESIGNER (Nuova Zelanda) 
Tra i tanti, bellissimi album di cantautorato femminile spicca sicuramente quello dell’artista neozelandese. Classe da vendere, eleganza unica, una vera perla folk.

AMERICAN FOOTBALL – LP3 (USA)
 Grandi e indimenticabili paladini dell’indie rock a tinte emo a stelle e strisce, al secondo album dalla reunion del 2014, terzo in assoluto. Una sequela di sentimenti ed emozioni che metteranno KO i nostalgici dei gloriosi anni ’90.

ANGEL OLSEN – ALL MIRRORS (USA)
 La nativa di St. Louis è ormai da anni una delle icone del cantautorato femminile in ambito internazionale. Il nuovo album è sicuramente più pretenzioso e meno diretto rispetto ai precedenti, pertanto richiede qualche ascolto in più per essere apprezzato. In ogni caso, l’attesa verrà ampiamente ripagata.

BLANKENBERGE – MORE (Russia)
Dalla San Pietroburgo tanto cara a Dostoevskij arriva inaspettatamente uno dei dischi di puro shoegaze più sinceri e convincenti degli ultimi anni. Colpaccio non da poco per una band che ha all’attivo appena due album. Il futuro per questi cinque russi appare davvero roseo.

BIG THIEF – U.F.O.F (USA) 
Dischi ne fanno già da un po’, ma i due pubblicati quest’anno (l’altro è Two Hands) sembrano alzare l’asticella dei Big Thief ad un’altezza a cui ben pochi gruppi possono ambire. Indie/folk quanto mai sognante, con la voce di Adrianne Lenker che ora ti accarezza e subito dopo ti graffia. Davvero imperdibili.

BOB MOULD – SUNSHINE ROCK (USA) 
Chiunque sia nato e cresciuto nel mito degli immensi e seminali Hüsker Dü non può mai restare impassibile di fronte ad una nuova pubblicazione di colui che ne è stato una delle menti creative. Solito album pieno di chitarre e sentimenti, Bob ha un gran cuore e, per la gioia di tutti noi, non manca mai di dimostrarlo.

CHERUBS – IMMACULADA HIGH (USA) 
Graditissimo ritorno per questi eroi del caro, vecchio noise rock/hardcore americano. L’album è la solita mazzata dritta per dritta “in your face”, cattivi e depravati come sempre. Tanto cuore.

DIIV – DECEIVER (USA)
 Si è ancora in ambito shoegaze/dream pop, ma stavolta il nome è decisamente più conosciuto e le aspettative su questo nuovo lavoro erano molte. Ed è stato davvero bello constatare che il nuovo album dei DIIV sia addirittura meglio di quanto ci si potesse aspettare, con suoni un po’ più cupi e rallentati rispetto al passato e dei testi alquanto introspettivi. Una vera gemma.

DUSTER – DUSTER (USA) 
Il ritorno che non ti aspetti. Diciannove anni e non sentirli. Tornare dopo tanto tempo è già di per sé sinonimo di grande coraggio, farlo poi in sordina appare quasi incoscienza. La classe dei Duster però non è neanche lontanamente da mettere in discussione ed il loro mix di space rock/slowcore/lo-fi è davvero un marchio di fabbrica unico e irripetibile.

FONTAINES D.C. – DOGREL (Irlanda) 
Se da un lato la Brexit ha portato ad uno sconquasso a livello politico, in ambito musicale ha favorito – come moto di risposta – la fioritura di numerosi gruppi interessanti che hanno come scopo principale quello di far rivivere i fasti del post-punk UK che fu. E i Fontaines non sono gli unici di quest’anno.

GIRL BAND – THE TALKIES (Irlanda)
Riprendiamo il discorso iniziato con i Fontaines D.C. restando comunque in Irlanda. Quello dei Girl Band è un sound corposo e robusto che strizza l’occhio più al noise che al post-punk. Un’altra bella mazzata sonora.

ORVILLE PECK – PONY (USA)
Un cowboy che suona un mix di cantautorato, country e glam rock. Un personaggio davvero sui generis che  incuriosisce molto, anche al di là della proposta musicale (che è in ogni caso validissima, provare per credere).

PURPLE MOUNTAINS – PURPLE MOUNTAINS (USA)
 La recente morte del compianto David Berman ha lasciato un vuoto incolmabile nei cuori di chi si era innamorato della sua musica (in particolare con i Silver Jews). Questo disco, pubblicato poco prima della morte, si presenta pertanto come una sorta di commiato, per un’anima troppo spesso dilaniata da sofferenze e demoni. Ci mancherà tanto.

RIDE – THIS IS NOT A SAFE PLACE (Inghilterra) 
Ritorno a dir poco convincente per il gruppo di Oxford. Tra i grandi alfieri di shoegaze, dream pop e britpop, dopo anni e anni sulle scene dimostrano di avere ancora tanto da dire. E noi non possiamo che gioirne.

SHARON VAN ETTEN – REMIND ME TOMORROW (USA)
 Altra artista che ormai già da anni si è affermata a livello internazionale, l’album pubblicato quest’anno è l’ennesimo di una carriera che ad oggi non ha praticamente visto passi falsi. E forse il bello deve ancora arrivare.

THE MURDER CAPITAL – WHEN I HAVE FEARS (Irlanda)
 Terzo disco irlandese in classifica, evento più unico che raro ma sicuramente necessario. Perché il debutto della band di Dublino è semplicemente folgorante, un post-punk che sprizza malessere e voglia di rivalsa sociale (eccoci di nuovo alla Brexit) da tutti i pori.

TROPICAL FUCK STORM – BRAINDROPS (Australia)
 Arriva dall’Australia l’album più schizzato ed eccentrico di questo elenco. Gruppo di recente formazione ma sicuramente non dalla scarsa esperienza (in una vita precedente due dei componenti erano nei fantastici Drones), secondo album all’attivo e secondo centro pieno. Come fare alternative rock negli anni ’10.

WAND – LAUGHING MATTER (USA) 
Titolo stupendo per un album che sposta il sound della band californiana dal garage degli esordi ad una psichedelia molto pop e sognante. La voce ricorda un po’ quella di Thom Yorke dei Radiohead , ma non è affatto un problema (anzi, per i fan del gruppo inglese potrebbe addirittura rappresentare un ulteriore punto a favore).

WEYES BLOOD – TITANIC RISING (USA) 
L’album più elegante e raffinato in classifica, sicuramente il migliore ad oggi per questa cantautrice californiana. Si avverte un certo retrogusto di revival, ma la cosa è assolutamente voluta e cercata e concorre ad impreziosire un lavoro davvero ben confezionato.

YAK – PURSUIT OF MOMENTARY HAPPINESS (Inghilterra) 
L’album più festaiolo e scanzonato del lotto, un sano garage rock preso bene e che ti fa venire tanta voglia di muoverti e ballare. Ogni tanto c’è bisogno anche di questo.

di Vittoriano Capaldi

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