25 aprile, il discorso del sindaco D'Alberto

In riferimento all'attualità: uso distorto della parola Liberazione utilizzata per giustificare interventi militari o nuove forme di dominio

- La Redazione

25 aprile, il discorso del sindaco D'Alberto

TERAMO - Il discorso del Sindaco di Teramo Gianguido D'Alberto in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, Festa della Liberazione.

Quest’anno celebriamo l’81° anniversario della Liberazione, al quale il 2 giugno seguiranno gli 80 anni della nostra Repubblica. Due date inscindibilmente legate, che rappresentano il lungo e doloroso cammino del nostro Paese verso la Democrazia, la Libertà, la costruzione di quell’Italia dei diritti sanciti nella nostra Costituzione.

In questo tempo che stiamo vivendo - uno dei periodi più bui dal dopoguerra in poi, con guerre e violenze che insanguinano il mondo, dall’Ucraina a Gaza, dal Libano all’Iran, dal Sudan al Congo - il 25 aprile ci richiama tutti a responsabilità. Di fronte alle sofferenze di intere popolazioni, ai continui e numerosi tentativi da parte di qualcuno di svilire il valore di questa data scolpita nei nostri cuori e nelle nostre menti - pensiamo alla provocazione di Forza Nuova a Predappio - le celebrazioni odierne ci ricordano come questa giornata sia oggi più che mai necessaria. Perché il 25 aprile non parla al passato. Il 25 aprile parla al nostro presente e al nostro futuro, all’Italia e all’Europa di oggi.

La democrazia, la libertà, i diritti, non sono qualcosa di acquisito per sempre. Vanno coltivati e difesi ogni giorno e ogni volta che sono sotto attacco - in Italia, in Europa, nel mondo - ogni volta che si restringe il perimetro nei quali esercitarli, il rischio è quello di tornare a vivere un passato che credevamo definitivamente archiviato.

Celebrare la Liberazione, che ha rappresentato l’approdo della lotta di Resistenza e il primo passo verso la nascita della nostra Repubblica e della nostra Costituzione, non può che essere, oggi come ieri, un richiamo all’antifascismo come principio universale, che si traduce nel rifiuto di ogni razzismo, di ogni discriminazione, di ogni violenza, di ogni regime autoritario.

L’antifascismo, di cui la nostra Costituzione è la massima espressione, non è un tema del passato. Al contrario è quel nucleo di valori fondanti della democrazia, che vanno difesi e praticati ogni giorno. In questo senso la Resistenza non si è esaurita il 25 aprile del 1945, ma prosegue ancora oggi, nel campo civile. Come ebbe a dire Alcide De Gasperi nelle celebrazioni del 25 aprile 1947, “le virtù della Resistenza devono essere anche le virtù di oggi: spirito di abnegazione, fermezza di propositi, solidarietà di intenti. Vi è oggi un dovere di resistenza civile che non è meno necessario di quello della resistenza contro l’oppressione. Bisogna resistere contro la demagogia della vita facile e frasaiola, come contro le tentazioni delle speculazioni, dello sperpero e dell’egoismo brutale”.

Considerazioni sempre attuali e di cui dobbiamo fare tesoro. E per questo, nel rispetto che dobbiamo a tutti i morti, non possiamo consentire che, ancora oggi, parlando del 25 aprile, ci siano cariche dello Stato che mettono sullo stesso piano chi, attraverso la Resistenza, ha sacrificato la sua vita per la libertà, la democrazia, i diritti, e chi ha scelto di stare dall’altra parte, difendendo un regime che del disprezzo della dignità umana aveva fatto il suo credo.

Quello che dobbiamo combattere, soprattutto nel tempo che viviamo, è l’uso distorto della parola Liberazione, che sempre più spesso viene utilizzata per giustificare interventi militari o nuove forme di dominio. Negli ultimi decenni – e oggi più che mai - abbiamo assistito, troppo spesso in una sorta di assuefazione, a narrazioni che si muovevano attorno al concetto di esportazione della democrazia come liberazione dei popoli dall’oppressione dei governi e che purtroppo si sono dimostrate come mere giustificazioni di vere e proprie aggressioni a Stati sovrani, motivate da interessi prevalentemente economici e a cui non è seguita alcuna libertà per i popoli oppressi. Ed è qui che sta il testimone della guerra di Liberazione: non dobbiamo essere esportatori di democrazia, ma portatori di democrazia.

Una differenza essenziale, che è alla base della nostra Costituzione e delle comuni istituzioni europee.

La Resistenza, la Liberazione, non furono infatti solo un percorso italiano, ma un fenomeno europeo e transnazionale il cui obiettivo finale, come ci ha ricordato il Presidente Mattarella, era quello di raggiungere la Pace come “condizione normale delle relazioni fra popoli”.

Fu proprio durante la Resistenza che si gettarono le basi ideali e politiche per la costruzione di un’Europa unita, di un’Europa dei popoli, di un’Europa dei diritti. Un’Europa che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, a Ventotene, immaginavano come progetto di Pace già durante la guerra, ancor prima della Resistenza armata contro il regime nazifascista.

In questo percorso, il 25 aprile rappresenta il presupposto politico e morale che ha portato, negli anni, alla costruzione del diritto internazionale come lo conosciamo oggi, del diritto penale internazionale, del moderno diritto umanitario e alla nascita di organismi internazionali quali l’ONU, nata proprio con l’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, promuovere i diritti umani e favorire lo sviluppo sostenibile.

Organismi che purtroppo, nel corso degli anni, sono stati svuotati del loro valore e che, al contrario, in questo tempo che stiamo vivendo, dovrebbero essere rafforzati e adeguati alle dinamiche geopolitiche attuali.

E se vogliamo credibilmente celebrare la Liberazione non possiamo pensare, né peggio dire, che il diritto internazionale valga fino a un certo punto.

Il ritorno, prepotente, dell’uso delle armi come strumento di risoluzione dei conflitti e il ribaltamento del principio del predominio del diritto sulla guerra, a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, rappresentano infatti la negazione del messaggio che la lotta di Liberazione ha consegnato al mondo. E di fronte al dramma di migliaia di sfollati, di migliaia di bambini uccisi, di genitori destinati a piangere i propri figli, la rassegnazione con cui il mondo sta accettando tutto questo è lo sfregio più grande che oggi viene fatto a chi, durante quegli anni, ha sacrificato la propria vita affinché certi orrori non si ripetessero più.

Se vogliamo onorare davvero la loro memoria, dobbiamo fare in modo che la Pace non sia una mera parola retorica, ma considerarla un dovere morale, civile e giuridico. Quel dovere che deriva proprio dalla lotta di Liberazione.

La Resistenza, in Italia, ha rappresentato la prima fase costituente della Repubblica, segnando la rottura con il passato fascista e il primo atto fondativo, con la Liberazione, del nuovo ordine democratico e della Costituzione Repubblicana. Quella Costituzione che, nel pluralismo delle diverse anime delle Madri e dei Padri Costituenti, ha raccolto e fatto propri i valori della Resistenza: libertà, ripudio della guerra, garanzia dei diritti sociali e civili, partecipazione.

Perché la lotta partigiana aveva come fine ultimo non solo quello di liberare il paese dal nazifascismo, ma quello di costruire una nuova Italia, democratica e repubblicana, in cui il cardine della convivenza fosse l’uguaglianza sostanziale tra cittadini. Una nuova Italia aperta al progetto di unità europea, che ancora oggi rappresenta un traguardo da raggiungere.

Accettare la guerra come nuova normalità, accettare il restringimento degli spazi di libertà in una visione meramente securitaria della sicurezza, considerare chi fugge da guerre e violenze come un peso e non come un fratello, accettare che le disuguaglianze sociali ed economiche vanifichino quell’uguaglianza sostanziale sancita dalla nostra Costituzione, vuol dire, oggi, rinnegare il percorso che ha portato alla nascita dell’Italia Repubblicana.

La Repubblica, così come la Resistenza e la Liberazione, non può che essere un movimento incessante. Va coltivata, va difesa ogni giorno. Oggi sono numerose le ferite inflitte ai valori della Liberazione e alla nostra Costituzione, che ne è figlia: povertà, precariato, svilimento della sanità pubblica, evasione fiscale.

Ancora oggi, dunque, la nostra Costituzione non è ancora attuata fino in fondo. Lo dimostrano decenni di promesse disattese, le disuguaglianze che attraversano trasversalmente il Paese, politiche tese a restringere sempre di più quel diritto di asilo sancito dall’articolo 10 della nostra Carta in un periodo drammatico a livello internazionale.

Negli anni Costituzione e Repubblica hanno dovuto affrontare momenti difficili, minacce esterne ed interne: dalla strategia della tensione allo smantellamento del welfare. Ma nonostante le ferite, nonostante i tentativi di indebolirle, rappresentano oggi più che mai il nostro solo e unico faro, grazie a quegli anticorpi che la Resistenza ha lasciato nel popolo italiano.

In questo senso, oggi, dobbiamo tornare ad essere partigiani, esercitando con consapevolezza il diritto-dovere di cittadinanza, rifiutando ogni semplificazione, combattendo l’indifferenza, difendo ogni spazio di confronto democratico.

Un ultimo monito, consentitemi, mi sento di rivolgere, anche quest’anno: oggi non è la festa della Libertà, ma è la festa della Liberazione. Liberazione, che è più della libertà, ne è il suo presupposto: è liberazione dal bisogno, dal fascismo come idea di sopraffazione dell’altro, dall’idea di normalità come pregiudizio verso l’altro. Liberazione è garanzia di diritti, è libertà di sentirci tutti meravigliosamente diversi, è liberazione dalla barriere, dai confini, è poter costruire il proprio progetto di vita senza condizionamenti. È quindi, soprattutto, la meravigliosa ed essenziale porta per il diritto alla felicità.

Viva la Resistenza, Viva la Liberazione, Viva la Costituzione antifascista, Viva la Pace, Viva Teramo. - Gianguido D'Alberto Sindaco di Teramo -