Non è un paese per vecchi: riflessioni ai tempi del Coronavirus

Mi rimbomba nella testa da qualche giorno un titolo di un film dei fratelli Coen: Non è un paese per vecchi! Certo i fratelli Coen non pensavano all’Italia, sovraffollata di vecchi, né al coronavirus che sembra “amare” in modo particolare questi ultimi.

Certo i vecchi hanno più patologie, è più facile che siano loro a soccombere per primi. Quindi sono più i vecchi che se ne vanno nel nostro paese, al contrario della Cina. Probabilmente perché in Cina ci sono meno vecchi e più giovani, e quindi sono quelli che pesano di più nella proporzione. Sta di fatto che questa è una epidemia nuova, sconosciuta, e non conosciamo farmaci in grado di arrestarla.

L’unica arma in questo momento, in attesa di sperimentazioni e brevetti e permessi, è impedire al virus di diffondersi. Combatterlo cioè senza dargli la possibilità di espandersi, facendo sì che meno persone possano infettarsi. Isolando le persone in un cerchio virtuale di un metro di raggio. Rinchiudendole volontariamente in casa. Volontariamente si fa per dire, si può uscire uno alla volta per dimostrate necessità, chi trasgredisce è passibile di sanzione e addirittura di arresto. Le voci del decreto sono poche e sintetiche, sì da renderle chiare e concise.

Tuttavia qualche dubbio sorge spontaneo, c’è l’elenco dei negozi che restano aperti, per esempio, tra cui il tabaccaio e l’edicola dei giornali. Per cui uno arguisce che sigarette e giornali si possano acquistare.

Ma dalle quattro voci elencate nell’autodichiarazione è difficile individuare quella che ti permette di giustificare la tua uscita da casa: quale casella barrare, quella che recita “situazioni di necessità” o quella che recita invece “motivi di salute”? Perché il fumatore ha la necessità di mandare nicotina al cervello, e allora rientra nel parametro “necessità”, ma il bisogno di assumere nicotina, se non viene soddisfatto, può causare l’effetto astinenza, che è inserito come malattia nell’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) e nella Classificazione Internazionale delle Malattie stilata dall’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quindi rientra a pieno titolo nel parametro “salute”.
La stessa cosa dicasi per i giornali, che potrebbero rientrare nella categoria delle necessità, intesa come esigenza di informazione, come nella categoria salute, intesa come salute mentale. Qualcuno dovrebbe chiarirlo prima di giungere a un verdetto giudiziale. Invece siamo di fronte all’ennesima norma che sì, è scritta in un modo, ma va interpretata. Perché siamo sempre noi, un paese per vecchi, checché ne pensino i fratelli Coen!

Pasquale Felix

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