Facciamo un po’ di … Conti

Italian Prime Minister, Giuseppe Conte, reports to the Parliament about the measures taken to counter the spread of the Coronavirus in Italy, Rome, Italy, 25 March 2020. ANSA / FABIO FRUSTACI

La narrazione emotiva con cui è stata realizzata la comunicazione dei due Governi a guida Conte va seriamente esaminata. All’inizio furono le elezioni del 2018 in cui una legge elettorale grottesca e becera produsse due schieramenti maggioritari e qualche resto. I numeri tuttavia, essendo senza sentimenti, impedivano la nascita di un Governo perché nessuno dei due partiti aveva comunque i voti necessari a formare una maggioranza. Un primo tentativo di composizione, proposto dai 5S,  vide uno sconosciuto ai più, tal professor avvocato Giuseppe Conte, salire per la prima volta al Quirinale, riscendendone con un nulla di fatto. Dopo 3 mesi di “stallo alla messicana” la rigidità grillina iniziò ad incrinarsi accettando il tandem offerto dal centrodestra di Salvini. Quindi, dopo un parto podalico, il prof. Conte ridiscese di nuovo  il Colle, ma stavolta con l’incarico tra le braccia.

Come si addivenne a tale soluzione? Come da prassi: ognuna delle parti pose sul tavolo i progetti che voleva realizzare impegnandosi a votarli insieme. Ma la convivenza fu tormentata fin dall’inizio. Il presidente di un Consiglio dei Ministri sbilanciato da una parte, i progetti fermi al palo. Dopo mesi passati a litigare sui social come ragazzini in preda a raptus ormonali, la coppia giallo-verde scoppia. Nell’agosto 2019  Salvini in diretta dal Papeete saluta il governo Conte1,  che termina la sua prima esperienza il 5 settembre. La narrazione inizia ad inquinarsi da questo punto esatto. “E’ colpa di Salvini, irresponsabile, arrogante, prepotente Salvini.. ecc. ecc.”

Fermiamoci un attimo: se in una coppia lui (o lei) decide di andarsene e mettere fine ad una storia, un matrimonio, una relazione, perché lo fa?, perché sta bene, è soddisfatto, l’altro è attento e premuroso, si sente rispettato e paritario? Io non credo. Per usare una metafora sentimentale, se un “amore” finisce e uno dei due fa le valigie, vuol dire che qualcosa non va. Vuol dire che qualcun altro  non ascolta, non incontra i bisogni dell’altro, non lo considera, non lo rispetta. Se uno dei due molla è perché l’altro non c’è. Nel caso di specie, la parte sorda, quella irrispettosa dei patti di inizio legislatura, è stata anche quella che non ha accolto il dialogo, la mediazione, il confronto.  Quindi ad ognuno la propria responsabilità.

La rigidità grillina, che sperava finalmente di essersi liberata del fardello leghista, si risveglia ancora una volta senza numeri necessari a proseguire il viaggio. Ed ecco la seconda crepa: stavolta le porte si spalancano a tutti, ma proprio a tutti i resti presenti in Parlamento (con un dietrofront idealista da capogiro). Il paradosso all’italiana si compie:  un partito che esprime il 30% dei consensi esce dal governo e gruppi al 2%, 3%, 10% ( che in Paese normale dovrebbero essere all’opposizione)  vi entrano a supportare un  Movimento zoppo,  altrimenti impossibilitato a governare.

E la storia si ripete: perché PD, Renzi e compagnia cantante accettano di entrare in maggioranza? Chiedo perdono per la retorica, ma il concetto deve essere elementare altrimenti non ne usciamo. Perché anche loro vogliono realizzare qualcosa. Si dà vita ad un nuovo patto, con nuove condizioni e si comincia. Ma chi non ha imparato la lezione si trova a ripeterla. Il Conte 2 parte in salita, con Renzi che scalpita per un ritorno sulle scene da protagonista. Poi arriva la pandemia, dapprima affrontata con leggerezza, poi con schizofrenica iperattività. Un susseguirsi di scelte scellerate che sebbene giustificabili all’inizio ( data la gravità, l’impatto e la mancanza di informazioni e mezzi di contrasto),  dopo un anno presentano un bilancio governativo fallimentare su tutti i punti. La pandemia non è vinta e il Paese è economicamente in agonia. All’orizzonte si profila il più grande aiuto economico della Storia europea. Ma l’Europa non si fida, L’Italia è un Paese troppo instabile politicamente e la classe governativa palesemente inadeguata a gestire tutto quel flusso di denaro pubblico. Bonus, vacanze, palliativi economici, spese inutili (vedi i banchi a rotelle, mascherine, siringhe, cashback e così via) e Paese FERMO da 12 mesi. Anche il “compagno n.2” decide così di mettere sul tavolo le  sue insoddisfazioni e chiede il conto. L’atteggiamento del presidente del Consiglio è lo stesso della precedente situazione. Chiusura e silenzio.

Ora, in queste due “storie d’amore italiane” ci sono due variabili e una costante. La costante si chiama Giuseppe Conte in M5S.

Come la raccontiamo adesso? E’ colpa di Renzi? Si accomodi chi vuole crederlo, si stracci le vesti chi vuole scandalizzarsi, ma il fatto rimane.

Né nel primo, né nel secondo caso il capo del Governo ha fatto niente per evitare la crisi, anzi l’ha alimentata negando a tutti i partners la compartecipazione alle scelte politiche e inasprendo lo scontro politico.

Quindi, applausi a parte, che sono la prassi che accompagna tutti i presidenti uscenti (persino Renzi),  qualcuno dica a Giuseppi e alla sua “banda di bambini sperduti” che la responsabilità di queste crisi è solo ed esclusivamente la loro. E che passato San Valentino ci sveglieremo con le idee un po’ più chiare, come ha fatto Mattarella, chiamando una persona che non avendo profili social forse perderà meno tempo in chiacchiere. L’unico motivo di ansia politica adesso è Speranza al ministero della Salute. Speriamo che abbia avuto il tempo di leggere il piano pandemico e scrivere il prossimo libro: “come sono riuscito a diventare ministro mio malgrado”.

di Mira Carpineta

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