VIDEO | Quarto Savona 15, Sindaco D’Alberto: “La mafia è una montagna di merda”

TERAMO – Toccante il discorso che Sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto ha pronunciato stamane in Piazza Martiri della Libertà, per l’esposizione della teca che custodisce i resti della Fiat Croma blindata della scorta del magistrato Giovanni Falcone denominata “Quarto Savona 15”, distrutta dall’esplosione di Capaci. Anche i giovani d’oggi sono pronti a combattere questo status con la cultura.

 

Ecco il discorso integrale:

Quella macchina accartocciata, quell’ammasso di lamiere che oggi possiamo vedere anche a Teramo, è forse l’immagine iconica più rappresentativa di ciò che è la mafia. Vediamo così con i nostri occhi che la mafia è l’esaltazione del disprezzo: il disprezzo della vita umana, il disprezzo del dolore, il disprezzo delle istituzioni, il disprezzo degli affetti, il disprezzo della legge, il disprezzo del lavoro, il disprezzo dei beni. E così questa immagine tanto raggelante, in un rovesciamento delle cose, si fa didascalia di tutte le frasi che abbiamo letto nel nostro percorso; quelle frasi pronunciate da chi è stato vittima della mafia e lasciate a noi come una eredità della quale far tesoro. E dalla quale muovere per combattere questo cancro.

Magistrati, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, comuni cittadini, politici, che hanno dato la loro vita – e questo è bene sottolinearlo ogni volta – non tanto e non solo per Palermo o per le stesse località nelle quali vivevano ed operavano, ma per ciascuno di noi da cui la Sicilia, la mafia, la criminalità organizzata sono apparentemente lontanissime; uomini coraggiosi che sono arrivati al gesto estremo consapevoli dei rischi cui andavano incontro ma esemplari perché ciascuno di noi potesse comprendere quanto la mafia sia il contrario di tutto ciò che desideriamo, che sogniamo, che ci aspettiamo dalla vita e dalla società.Quell’auto è una immagine di morte che è la sostanza, l’essenza, la finalità della mafia; la morte dell’uomo, la morte degli affetti, la morte delle istituzioni, la morte della convivenza civile.

La nostra cultura, invece, il nostro sogno, non è la morte ma la vita. Il piacere di svegliarsi al mattino e sapere che abbiamo da trascorre una giornata con i nostri cari, con i colleghi, con gli amici; il piacere di sentirsi tutti uguali, senza prevaricazioni che ci mortificano o condizionamenti che ci rendono amaro ciò che facciamo; sapere che non abbiamo paure, che non abbiamo altro che stare insieme liberamente, perché stare insieme, lavorare, divertirsi, convivere è l’essenza della nostra vita ed è ciò che ci fa sentire liberi, ciascuno e tutti insieme: uomini e donne, giovani e anziani, studenti e lavoratori.

Gli uomini della mafia – ricordiamocelo – ci vogliono invece proprio come questo ammasso informe e deforme; vogliono che a Palermo come a Milano come a Teramo se malauguratamente dovesse essere, i nostri affetti, le attese, le speranze venissero sformate e piegate alla loro famelica sete di comando, di sopraffazione, di violenza. Ricordiamoci però che non bastano le parole pur necessarie, non bastano le manifestazioni pur importanti, non basta l’indignazione pur forte. Serve l’attenzione vigile e costante. Tocca a noi, ciascuno di noi, nel nostro piccolo o grande mondo, combattere questa idea dei rapporti tra le persone. Una idea mortificante, brutta, diabolicamente perfida. Fanno credere di essere i soli a poter dare lavoro; fanno aver fiducia nell’idea che si possa far danaro facilmente, fanno prestare fede alla visione di un mondo in cui vince chi è più forte, si afferma chi è più prepotente. Così la violenza ha un valore, la sopraffazione è un merito, l’ingiustizia un costume.

Tutto questo si insinua serpeggiando nelle menti di chi è debole e spaventato e trova terreno fertile laddove l’idea di raggiungere obiettivi personali e di gruppo si sposa con quella della facilità, della rapidità, respingendo contemporaneamente la necessità del rispetto, della giustizia, della corretta convivenza civile. Questo è la mafia moderna, che non si pone più come antagonista allo Stato, ma lo intossica. La malavita organizzata oggi non è più solo pizzo ma imprenditoria con aspirazioni monopolistiche.

La pericolosità della mafia sta perciò nella sua capacita di porsi come contropotere che tende ad avere il controllo sociale e, lentamente e progressivamente, a inserirsi nelle istituzioni fino a sostituirsi ad esse. E se ho invitato tutti voi ad una vigilanza civica attenta e consapevole, ho il dovere di ricordare a chi opera nelle istituzioni, me per primo, che la nostra responsabilità è doppia proprio per l’autorevolezza e l’alta disciplina civile che il nostro ruolo ci impone.Uno degli episodi più dirompenti degli ultimi giorni è quello del figlio del boss mafioso che ha rinnegato il padre “pur amandolo”. Credo che questo ragazzo sia un eroe civile, che va sostenuto da tutti noi. Con coraggio inusitato ha testimoniato, forte della sua diretta esperienza, quanto sia inumano il mondo in cui viene proiettato chi si coinvolge con la mafia. Inumano, sì. È questa la parola. Disumana è l’immagine di quell’auto accartocciata.

Disumana è la proiezione del male mafioso.A noi il compito di riscattare chi nel passato ha pagato per la propria passione civile. A noi il dovere di fare la nostra parte affinché non vincano i peggiori. Ad ognuno di noi il compito di adoperarsi per migliorare la propria fetta di mondo, non con artifici iperbolici o utopiche intenzioni ma con un quotidiano lavorio che affermi nei rapporti e negli ambienti la nostra idea della convivenza e delle relazioni sociali, basata su rispetto, valorizzazione dell’altro, senso della collettività.La strage di Capaci fu ideata e realizzata non solo per eliminare un magistrato che contrastava realmente le attività della criminalità organizzata ma anche per dimostrare la forza e l’imbattibilità della mafia.

Con Giovanni Falcone morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti. Ma il Paese ha reagito e l’obiettivo dei mandanti non è stato raggiunto. Siamo qui, ancora, a dire che non ce la faranno e chela testimonianza di quelle vittime è viva ed operante.

Oggi è l’anniversario, invece, dell’assassinio del giornalista Peppino Impastato, coraggioso testimone e narratore della devastazione materiale e morale che la mafia porta con sé. Egli, tra i suoi innumerevoli e preziosissimi lavori, scrisse anche della bellezza, intesa non in termini estetici ma come qualità che distingue l’uomo nella sua più alta espressione morale: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, – scriveva – la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione e rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Non rassegniamoci alle cose che sono “ormai così”! E’ in questa acquiescenza la vittoria della mafia.Perciò vi saluto ancora con una frase molto forte di Peppino Impastato – che di fronte a questa sconvolgente immagine assume particolare energia. Vi invito a tenerla a mente e farne monito costante: “Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”

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