QUANDO UN SELFIE PUO’ RUBARTI L’ANIMA… DI ERNESTO ALBANELLO

La consuetudine di farsi fotografare accanto a qualcuno per poi conservare quello scatto come dimostrazione della vicinanza che c’è tra noi e quella persona, è ormai un fatto acquisito nella nostra “civiltà” della “istantanea”.
Potremmo dire che ormai l’argomentare, il ragionare, il portare all’attenzione dell’altro le proprie considerazioni al fine di esplicitare le motivazioni di una consonanza tra chi ha scattato con lo smartphone quella foto e la persona che viene ritratta accanto viene vista come una operazione complessa e, per certi punti di vista, inutile.
La gente non ama più riflettere eccessivamente sostenendo una propria tesi, ma come il gergo informatico evidenzia, vuole “condividere”.
Mi pare opportuno approfondire: è vera condivisione? Lo sarebbe qualora tutti i due personaggi che vengono ritratti nella foto, avessero esposto proprie opinioni dalle quali emerge una consonanza o identità di vedute: non è così nella maggior parte dei casi.
Forse sarebbe più opportuno parlare di una adesione.
Qual è il rischio che viene corso? Che se io chiedo ad un personaggio famoso di apparire in una foto con me accanto, è come se rimarcassi il principio che sono totalmente d’accordo con il suo stile musicale, la sua arte pittorica, la sua capacità di esprimersi nel romanzo che ha scritto, la sua tesi politica : infatti subito dopo mi “vanterò” esibendo quella foto, neppure fosse un trofeo, con amici e parenti.
Non sto rendendomi conto, però, che inconsapevolmente imprimo in me stesso una sorta di suggello che mi porta a vivere quella foto come un atto di fedeltà con quella persona e con gli stili musicali perseguiti, pittorici adottati , letterari sviluppati o con le analisi politiche della stessa.
Questo perché la mia adesione, con quello scatto, rimane cristallizzata , se così si può dire, nel tempo ma questo “patto” di coincidenza di punti di vista non impegna l’altro oltre quello scatto.
Voglio dire che la persona ritratta insieme a me, si evolverà fino anche a modificare profondamente quel comportamento che me lo ha fatto apparire simpatico, ma io che non sono sulla “cresta dell’onda”, non potrò essere altrettanto “mutevole”.
Dunque, finirò per restare fedele a quello scatto oltre ogni limite ragionevole.
Andiamo ai fatti recenti qui a Teramo: file di persone hanno chiesto a Salvini di poter essere ritratte con lui a fianco.
Cosa significa ciò? E’ come se la persona che ha fatto quella richiesta al personaggio politico famoso avesse espresso una propria totale adesione alle tesi di quel leader. Chi ha ottenuto il vantaggio reale da quello scatto? Il personaggio politico evidentemente, che sa bene che la foto si traduce in una garanzia di fedeltà, che poi si trasformerà nel voto che gli verrà accordato non solo da quella persona ritratta accanto a lui, ma presumibilmente, dal nucleo familiare di quella persona se non anche dai suoi amici più stretti.
Ecco allora che quello scatto fotografico coinciderà con un riconoscimento della superiorità dell’altro, al punto da ritenere inutile continuare ad impegnare la mente per precisare la propria opinione su questo o quell’altro fatto : come la pensa lui, la penso anch’io.
Questo è il quadro drammatico di assoggettamento della propria mente a cui un selfie può portarci? Il rischio è molto alto soprattutto se le persone richiedenti quello scatto sono meno equipaggiate in quanto a spirito critico.
La conseguenza è che il personaggio politico che ci invita a pensare, a riflettere, a saper discernere, contatterà meno persone e, quindi, riceverà meno consensi rispetto a chi, con uno scatto, ti avrà “rubato l’anima”.
Evidentemente questo espediente deve essere “confezionato” con tutti gli ingredienti del caso: analisi arzigogolate? Ma quando mai! Frasi ad effetto, del tipo : “Non arretrerò di un millimetro” o “la pacchia è finita”. Sono espressioni che vengono “assimilate” facilmente soprattutto perché demagogicamente hanno una grande presa: Del resto cosa diceva Mussolini? Una sua celebre frase era : “Se avanzo, seguitemi, se indietreggio uccidetemi”. Come si può notare c’è una analogia con la prima persona al singolare, della serie “un uomo solo al comando”: del resto chi si ricorda degli altri nomi dei soggetti che formano la compagine della Lega al governo? Non è necessario! Lui, il capitano: il solo che conta e che, per promuovere ancora meglio questo processo di identificazione/proiezione delle masse, una volta si veste da vigile del fuoco, un’altra volta da carabiniere, un’altra volta ancora da volontario della Protezione Civile.
Il selfie a questo punto finisce per completare il quadro ed imprimere una immagine nell’occhio della persona che, anche se della Lega non sa niente, né si ricorda che poco tempo addietro quel partito aveva la parola “nord” accanto (e questo equivaleva a considerare i residenti al di sotto del fiume Po, come dei parassiti, delle sanguisughe dei ricchi profitti delle regioni settentrionali), oggi considera il Carroccio ed il suo capitano, Matteo Salvini, un sicuro vincitore e….si sa, all’italiano ciò che conta e saltare sul carro del vincitore!

di Ernesto Albanello

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