Le esasperazioni che inducono le maestre ad adottare “metodi di correzione” per il contenimento della eccessiva vivacità dei propri alunni, quelli che vengono messi in atto per attuare un “animus corrigendi”, sono probabilmente fenomeni che si verificano nella quotidianità di molte scuole italiane.
Da dove scaturisce questo bisogno delle educatrici di “normare” i comportamenti del bambino? Dal voler rispondere ad una esigenza di controllo di quelle “esuberanze” che destabilizzerebbero il clima all’interno della classe.
Probabilmente tutto trova spiegazione nella diversa visione della gestione della esuberanza.
C’è chi percepisce l’autonomia nell’azione di un bambino, in termini di allarme, perché metterebbe a dura prova il contenimento delle dinamiche individuali, con il rischio di compromettere il buon andamento della giornata scolastica e chi vede nell’iniziativa del singolo bambino, anche chiassosa ed a volte imprevedibile, come una “spia” di atteggiamento da analizzare, valutare, instradare, per restituire a quel bambino un ambito in cui possa esprimere la sua creatività.
Non so e non mi permetto di entrare nel merito di quanto accaduto nella scuola di Sant’Onofrio nella quale sembra che una insegnante eccedesse in metodi educativi poco indirizzati a far prosperare in classe quel clima armonioso e costruttivo che sicuramente era nelle attese dei genitori di quei bambini.
La circostanza però mi sollecita a riflettere su quanto si è ancora indietro nel sostenere il corpo insegnante perché sviluppi quella capacità di ascolto, di analisi dei comportamenti, di stimolo perché nei bambini che sono stati affidati a quella struttura educativa, sboccino le specificità, le peculiarità, le individualità, che poi sono ( o dovrebbero essere) tra i fini di una scuola degna di questo nome.
Le responsabilità allora si spostano su altri ambiti e su ben superiori ordini di competenza che sono le dirigenze di quelle scuole, gli assessorati all’istruzione di quei comuni, gli uffici scolastici di quelle regioni, a mio parere ancora reticenti a considerare quanto sia usurante il mestiere del docente, se non vive di supporti, di condivisioni, di indicazioni e di suggerimenti oltre che di strumentazioni: tutti questi inammissibili ritardi poi si tramutano in fenomeni devianti come il bullismo, la microcriminalità, la dipendenza da smartphone e così via discorrendo, fino a ben intuibili precipizi verso i quali la società, a valle, è chiamata a fornire risposte, non più con strumenti preventivi, ma ahimè attraverso forme di repressione, che nulla di buono riusciranno a far emergere.
Occorre che sia fatta chiarezza su cosa si intende con il termine: “gestione della individualità del minore”: operazione che deve trovare applicazione nel quotidiano, direi ancora di più, nel “qui ed ora” perché ogni attimo va percepito come una emozione che va saputa leggere, su cui c’è occasione per riflettere, dalla quale individuare quel germoglio che appartiene a quel bambino ed a nessun altro se non a lui ed a lui va restituito il messaggio di aver colto “il tesoro, lo scrigno” che in lui alberga: non è retorica, non è deamicisiana lettura del minore, è realtà e da questa dobbiamo ripartire, se non vogliamo che nelle scuole italiane si moltiplichino i “mostri” ai quali rispondiamo con le nostre “ipocrite incredulità”.

di Ernesto Albanello