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Teramo: vizi privati e pubbliche virtù

L’occasione del 1 maggio, festa del lavoro, e dei lavoratori, ha, per Teramo, ulteriori significati, legati al rinnovamento dell’antico rito di uno dei nostri piatti più rappresentativi, le Virtù, simbolo della fine dell’inverno e dell’inizio della bella stagione, ma anche del rinnovamento, della rinascita, ecc. ecc. ecc.

Piatto simbolo, che ha avuto “l’onore” di essere citato – malamente – nella trasmissione “Gusto DiVino” di Canale 5, e più correttamente (ma non abbastanza) nella “Prova del Cuoco” di RAI 1, riaccendendo critiche, e diatribe mai sopite, tra chi si considera il detentore della ricetta originale (se mai sia esistita) – citando un disciplinare, redatto tempo addietro dall’Associazione Ristoratori Teramani dentro le mura – chi si lancia in varianti di pesce e/o con ingredienti “alieni” alla tradizione, e chi non fa poi troppa differenza tra una zuppa, magari scongelata, di verdure, e il piatto teramano.

Oltre alla visibilità televisiva, sarà sfuggito ai più che anche la rivista Vanity Fair, il 30 aprile scorso, ha esaltato le Virtù teramane, pubblicando la ricetta del ristorante Borgo Spoltino di Selva Piana di Mosciano Sant’Angelo, ricetta che, se si vuole seguire il detto che afferma “le Virtù fuori le mura sono una zuppa di verdura; passato lo stradone è solo un minestrone” pecca, quanto meno, dell’ingrediente “localizzazione”.

Anche Pineto, città della provincia teramana lontana anche dalla periferia di Teramo, si è avventurata (e non è la prima volta), proponendo un “Virtù Day” all’interno della rassegna “Itinerari del gusto”, tra l’altro molto più pubblicizzato di quello teramano verace.

Nella lotta all’affermare “le virtù non si toccano” e “guai a profanare la ricetta originale”, facebook ha fatto, al solito, da padrone, con battute goliardiche, foto di piatti, pentoloni, ingredienti vari, postate da difensori della tradizione (con risultati visivi che, spesso, hanno evidenziato che la tradizione difesa, quantomeno, si conosce poco) e vere e proprio offese contro i profanatori del Verbo Virtuoso.

Una corale indignazione di un popolo, finalmente unito a difesa della teramanità, contro il comune nemico formato dalla barbarie culinaria che vuole attentare alle nostre tradizioni, alla nostra storia, al nostro senso di appartenenza.

Un giusto e sacrosanto sollevarsi di cotanti animi che, passato il primo maggio, e digerite, più o meno, le porzioni avanzate consumate a pranzo o cena del giorno successivo, tornerà, complice anche l’elaborata digestione dell’evocativo piatto (spesso contornato da mazzarelle, arrosticini, cotolette d’agnello, fritti vari – pur se d’ascolana provenienza – dolci e, quest’anno, avanzi della Pasqua recentemente passata) alla solita sonnolenza teramana, indifferente di fronte a ben altre profanazioni, che da anni interessano la nostra città, dentro e fuori quello che è rimasto delle mura, e la nostra provincia.

Dimentichi del fatto che, la cosa migliore delle Virtù teramane (delle quali ogni famiglia conserva una sua particolare ricetta, spesso anche difforme dalla tradizione) è quello spirito di condivisione che porta teramani e forestieri ad affollare tavole collettive, pentole della sacra minestra viaggiare anche oltre provincia per deliziare palati stranieri, rapporti condominiali incrinati riallacciarsi in nome del virtuoso connubio di paste, verdure e rimasugli di dispensa, i teramani torneranno a litigare su tutto e a cullare un sogno di superiorità territoriale che la storia, e il tempo, gli ha sottratto da decenni.

Mentre la nostra città, e la nostra provincia, lentamente muoiono sotto i colpi della crisi economica e finanziaria, ma anche culturale; mentre la politica locale è sempre più ostaggio di decisioni prese altrove; mentre l’asse Pescara-Chieti e il territorio aquilano, con modalità diverse, si appropriano di servizi ed economie di rango regionale e nazionale, noi ci scanniammo per un piatto con il quale non siamo neanche riusciti a creare un marchio territoriale che attiri, sul territorio, turisti ed investimenti.

E così, con zuppe spacciate per virtù, lasagne chiamate timballo, arrosticini di pecore straniere o carni varie, e un Gran Sasso che, altrove, sarebbe una risorsa, ma per noi diventa solo un’ostacolo di nuovo insormontabile vista la paventata chiusura del traforo, ci aggrappiamo ad una teramanità che siamo i primi ad offendere ogni giorno.

Andiamo avanti così.

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